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CELTI

tratto dal sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Celti

 

Con il nome di Celti si indica un insieme di popoli indoeuropei che, nel periodo di massimo splendore (IV-III secolo a.C.), erano estesi in un'ampia area dell'Europa, dalle Isole britanniche fino al bacino del Danubio, oltre ad alcuni insediamenti isolati più a sud, frutto dell'espansione verso le penisole iberica, italica e anatolica. Uniti dalle origini etniche e culturali, dalla condivisione di uno stesso fondo linguistico indoeuropeo e da una medesima visione religiosa, i Celti rimasero sempre politicamente frazionati; tra i vari gruppi di popolazioni celtiche si distinguono i Britanni, i Galli, i Pannoni, i Celtiberi e i Galati, stanziati rispettivamente nelle Isole Britanniche, nelle Gallie, in Pannonia, in Iberia e in Anatolia.

Portatori di un'originale e articolata cultura, i Celti furono soggetti a partire dal II secolo a.C. a una crescente pressione politica, militare e culturale da parte di altri due gruppi indoeuropei: i Germani, da nord, e i Romani, da sud. I Celti furono progressivamente sottomessi e assimilati, tanto che già nella tarda antichità l'uso delle loro lingue appare in netta decadenza. L'arretramento dei Celti come popolo autonomo è testimoniato proprio dalla marginalizzazione della loro lingua, presto confinata alle sole Isole britanniche. Lì infatti, dopo i grandi rimescolamenti altomedievali, emersero gli eredi storici dei Celti: le popolazioni dell'Irlanda e delle frange occidentali e settentrionali della Gran Bretagna, parlanti lingue brittoniche o goideliche, le due varietà di lingue celtiche insulari.

 

Indice

 

Etnonimo

I Celti[1] sono menzionati dagli storici di lingua greca come ί (Keltòi) da Ecateo di Mileto e da Erodoto[2] o ι (KÃltai) da Aristotele e Plutarco, da cui deriva il latino Celtae. Probabilmente il termine Celti era un etnonimo proprio di una singola tribù dell'area della colonia greca di Marsiglia, il primo luogo dove i Greci vennero in contatto con il popolo dei Celti; in seguito, tale termine fu applicato per estensione a tutte le genti affini.

Sempre presso i Greci, a partire dal III secolo a.C.[3] è attestato il nuovo etnonimo corrispondente al latino Galli[4]. Di questa denominazione è stata ipotizzata una derivazione dalla radice celtica *gal- ("potere", "forza") o dalla radice indoeuropea *kelH ("essere elevato")[5]. In entrambi i casi, trattandosi di un attributo positivo, potrebbe essere stato un endoetnonimo, anche se probabilmente riferito ancora più al singolo gruppo spintosi nei Balcani e in Anatolia che all'intero popolo dei Celti[6].

Non si conosce l'endoetnonimo con il quale i Celti indicavano se stessi in quanto popolo condividente la stessa origine, cultura e fondo linguistico, e nemmeno se siano mai esistito un simile etnonimo generale, al di là  di quelli indicanti i vari gruppi e tribù.

Storia

Le origini

L'area originaria della Cultura di La Tène nel V secolo a.C., comunemente ritenuta la culla del popolo celtico[7]

Indoeuropei, Cultura di La Tène e Protocelti

Archeologi e linguisti concordano, a larga maggioranza, nell'identificare i Celti con il popolo portatore della Cultura di La Tène, sviluppatasi durante l'Età del ferro dalla precedente Cultura di Hallstatt. Tale identificazione consente di individuare la patria originaria dei Celti in un'area compresa tra l'alto Reno (da Renos, vocabolo di origine celtica il cui significato è"mare"[8]) e le sorgenti del Danubio (dal celtico Danuvius, il cui significato è "che scorre veloce"[8]), tra le attuali Germania meridionale, Francia orientale e Svizzera settentrionale: qui i Protocelti si consolidarono come popolo, con una propria lingua, evoluzione lineare di un vasto continuum indoeuropeo esteso in Europa centrale fin dall'inizio del III millennio a.C.[9].

è stata tuttavia avanzata anche l'ipotesi, sempre fondata su argomentazioni linguistiche, che i Protocelti fossero il frutto di una penetrazione secondaria di Indoeuropei in Europa centrale, a metà del III millennio a.C., a partire dalle steppe a nord del Mar Nero, probabile patria originaria del popolo comune.[10].

Nell'area di La Tène si registra una continuità nell'evoluzione culturale sin dai tempi della Cultura dei campi di urne (a partire dal XIII secolo a.C.[11]). All'inizio dell'VIII secolo a.C. si affermò la Cultura di Hallstatt, la civiltà protoceltica che mostrava già le prime caratteristiche culturali che poi saranno proprie della cultura celtica classica. Il nome deriva da un importante sito archeologico austriaco distante una cinquantina di chilometri da Salisburgo. La Cultura di Hallstatt, con base agricola ma dominata da una classe di guerrieri, era inserita in una rete commerciale piuttosto ampia che coinvolgeva Greci, Sciti ed Etruschi. E' da questa civiltà dell'Europa centro-occidentale che, intorno al V secolo a.C., si sviluppò, senza soluzione di continuità, la cultura celtica propriamente detta: nella terminologia archeologica, la Cultura di La Tène.

L'ipotesi genetica: i Celti e l'aplogruppo R1b

Ipotesi genetiche sul popolamento dell'Europa.

Recenti ipotesi genetiche sul popolamento dell'Europa, in via di elaborazione, propongono una teoria alternativa sull'origine dei Celti. Osservando la frequente ricorrenza, in alcune aree dell'Europa occidentale, di un determinato aplogruppo del cromosoma Y e constatandone invece la rarità nell'area di sviluppo della Cultura di La Tène, è stata postulata l'ipotesi di un'evoluzione ininterrotta, fin dal Mesolitico, di quei popoli che, già stanziati nelle loro sedi storiche, sarebbero storicamente emersi come Celti. In questo caso, la connessione linguistica con l'indoeuropeo e quella archeologica con La Tène sarebbero esclusivamente frutto di una contaminazione culturale.

Questa prospettiva è compatibile con la Teoria della continuità proposta, tra gli altri, da Colin Renfrew, ma viene tuttavia generalmente rigettata dai linguisti. L'obiezione è imperniata sulla constatazione delle strette prossimità dialettali tra le varie lingue celtiche: se queste si fossero effettivamente sviluppate in un'area tanto vasta, per millenni, senza scrittura e in assenza di qualsiasi unità politica, avrebbero dovuto differenziarsi tra loro molto di più di quanto non sia storicamente verificato. Al contrario, la linguistica storica indica, rispetto alla lingua protoceltica, un periodo di separazione di poche centinaia di anni[12].

L'espansione in Europa

L'identificazione dei Celti con la cultura di Hallstatt-La Tène consente, sulla base dei ritrovamenti archeologici, di tracciare un quadro del loro processo espansivo a partire dalla ristretta area dell'Europa centro-occidentale nella quale si cristallizzarono come popolo. La penetrazione nella Penisola iberica e lungo le coste atlantiche dell'attuale Francia risale quindi all'VIII-VII secolo a.C., ancora in epoca hallstattiana. Più  tardi, quando già avevano sviluppato la Cultura di La Tène, raggiunsero la Manica, la foce del Reno, l'attuale Germania nord-occidentale e le Isole britanniche; ancora successiva fu l'espansione verso le attuali Boemia, Ungheria e Austria. Contemporanei a questi ultimi movimenti furono gli insediamenti, già registrati dalle fonti storiche, in Italia settentrionale e, in parte di quella centrale (inizio IV secolo a.C.) e nella Penisola balcanica. Nel III secolo il gruppo dei Galati passò dalla Tracia all'Anatolia, dove si stanziò definitivamente[13]. L'avanzata fu favorita principalmente dalla superiorità  tecnica delle armi in possesso della bellicosa aristocrazia guerriera, che guidò questi popoli durante le migrazioni.

L'apogeo (IV-III secolo a.C.)

I Celti toccarono il loro apogeo tra la seconda metà del IV e la prima metà del III secolo a.C.. In quell'epoca, la lingua e la cultura celtica costituivano l'elemento più diffuso e caratteristico dell'intera Europa[13], interessando una vasta e ininterrotta area che andava dalle Isole Britanniche all'Italia settentrionale e dalla Penisola Iberica al bacino Danubio. Gruppi isolati, inoltre, si erano spinti ancor più a sud, come i Galli Senoni nell'Italia centrale e - soprattutto - i Galati in Anatolia.

Le varie popolazioni costituivano un'unità culturale e linguistica, ma non politica; al loro interno, già le fonti antiche individuavano diversi gruppi principali di tribù: i Britanni (Isole britanniche), i Celtiberi (Penisola iberica), i Pannoni (Pannonia), i Galati (Anatolia) e i Galli (Gallie); questi ultimi erano a loro volta ripartiti in vari gruppi, tra i quali spiccavano i Belgi, almeno in parte mescolati con elementi germanici, gli Elvezi, posti all'estremità orientale della Gallia e a contatto con i Reti, popolo non indoeuropeo della regione alpina orientale, e i Lepontici dell'Italia settentrionale.

Vestigia dell'antica presenza celtica sono state rinvenute in quasi tutta Europa, in un'area quindi ancor più estesa di quella, già ampia, occupata dai Celti in epoca storica. A testimonianza della fitta rete di scambi culturali e commerciali tra le antiche popolazioni europee, manufatti celtici sono stati rinvenuti tanto nelle regioni mediterranee non direttamente raggiunte dalle tribù celtiche, tanto in vaste aree dell'Europa centro-settentrionale, dalla regione baltica alla Scandinavia. Tra i toponimi che denunciano una chiara origine celtica, spiccano non solo la "Galizia" iberica e la "Galazia" anatolica, ma anche la "Galizia" sub-carpatica, un'area che in passato fu al margine estremo della penetrazione celtica.

I Celtiberi

La diffusione dei Celti in Europa all'epoca dell'apogeo della loro civiltà (III secolo a.C.[14])

I Celtiberi

 Celtiberi e Penisola iberica.

I Celti stanziati nella Penisola iberica erano indicati, fin dall'antichità, con il nome di Celtiberi. Il termine è stato a lungo inteso come sintomo di un'ibridazione tra gruppi celtici e gruppi iberici, secondo quanto indicato nell'antichità da Diodoro Siculo, Appiano, Marziale e Strabone, che specificava come i Celti fossero il gruppo dominante; tra gli studiosi moderni, tale interpretazione è stata sostenuta da Johann Kaspar Zeuss. Più recentemente, tuttavia, l'ipotesi di una popolazione mista è stata progressivamente scartata, e con il termine Celtiberi si indicano semplicemente i Celti stanziati in Iberia[15].

Il nucleo centrale dell'insediamento celtiberico corrisponde a un'area dell'odierna Spagna centrale, a cavallo tra le regioni di Castiglia, Aragona e La Rioja e compresa tra il medio bacino dell'Ebro e l'alto corso del Tago. La penetrazione in quest'area risale all'VIII-VII secolo a.C., anche se è possibile che alcune infiltrazioni fossero avvenute anche in epoche precedenti, fin dal X secolo a.C.; in un secondo momento, i Celtiberi si espansero verso sud (nell'attuale Andalusia) e verso nord-ovest, fino a toccare le coste atlantiche della penisola (Galizia). A indicare i confini esatti della penetrazione celtica nella Penisola iberica sono la toponomastica, con i caratteristici prefissi seg- e i suffissi -samo e, soprattutto, -briga[16], e la diffusione del corpus delle iscrizioni in celtiberico, all'interno del quale spiccano i Bronzi di Botorrita.

Nel II secolo a.C. i Celtiberi furono sottomessi da Roma attraverso una serie di campagne militari, le Guerre celtibere; la capitolazione fu segnata dalla caduta della loro ultima roccaforte, Numanzia, espugnata nel 133 a.C. da Publio Cornelio Scipione Emiliano. A partire da quel momento i Celtiberi, come tutte le altre popolazioni della Penisola iberica, subirono un intenso processo di latinizzazione, dissolvendosi come popolo autonomo.

I Galli

Galli, Gallia e Gallia Cisalpina.

Galli era il nome con cui i Romani indicavano i Celti che abitavano la regione delle Gallie. Dall'originaria area della Cultura di La Tène i Celti si espansero verso le coste atlantiche e lungo il corso del Reno tra i secoli VIII e V a.C.; più tardi, a partire dal 400 a.C. circa, penetrarono nell'odierna Italia settentrionale. Continuarono a premere verso sud, tanto che nel 390 a.C., secondo la tradizione[17], o più  probabilmente nel 386 a.C.[18], la tribù dei Senoni guidata da Brenno mise a sacco la stessa Roma, per stanziarsi infine sul medio versante adriatico (Piceno)[9].

I resti del Tempio di Diana a Nèmes

Come tutte le popolazioni celtiche, i Galli erano frazionati in numerose tribù, che solo in rari casi riuscirono a coalizzarsi per far fronte a un nemico comune: come quando, nel 52 a.C., numerose tribù guidate da Vercingetorige si ribellarono alla conquista cesariana della Gallia. Tra le popolazioni galliche, alcuni insiemi di tribù erano accomunati da una propria sotto-identità  condivisa: i Belgi, stanziati tra la Manica e il Reno e variamente mescolati a elementi germanici; gli Elvezi, collocati nell'area dell'alto Reno e dell'alto Danubio e a contatto con i Reti; gli Aquitani, tra la Garonna e i Pirenei, mescolati a popoli paleo-baschi; e i Lepontici, l'insieme delle tribù penetrate nella Gallia cisalpina, al di qua delle Alpi. Tra le popolazioni della regione centrale della Gallia, Cesare attesta che al momento delle sue campagne si distinguevano due fazioni, capeggiate rispettivamente dagli Edui, tradizionalmente filoromani fin dal II secolo a.C., e dai Sequani, questi ultimi presto scalzati dai Remi[19].

La sottomissione dei Galli a Roma si avviò nel III secolo a.C.: una serie di iniziative militare contro i Lepontici portò alla loro completa sottomissione, attestata dalla creazione della provincia della Gallia cisalpina intorno al 90 a.C.. A quella data nel territorio un tempo dei Celti erano già  numerose le presenze romane, sotto forma di municipi e, soprattutto, di colonie. La conquista della Gallia transalpina iniziò attorno al 125-121 a.C., con l'occupazione di tutta la fascia mediterranea fra le Alpi liguri e i Pirenei, costituita successivamente nella provincia della Gallia Narbonense. La Gallia settentrionale passò sotto il dominio di Roma in seguito alle campagne condotte da Cesare tra il 58 e il 50 a.C.

Grazie soprattutto alla testimonianza resa da Cesare nel suo De bello gallico, la civiltà gallica è di gran lunga la più conosciuta tra quelle sviluppate dai Celti nell'antichità, anche se le osservazioni dello statista romano sono verosimilmente estendibili - almeno nelle linee generali - a tutte le popolazioni celtiche. Cesare descrive la società gallica come articolata in gruppi famigliari e divisa in tre classi: quella dei produttori, composta da agricoltori provvisti di diritti formali, ma politicamente sottomessi ai ceti dominanti; quella dei guerrieri, detentori dei diritti politici, cui era affidato l'esercizio delle funzioni militari; e quella dei druidi, sacerdoti, magistrati e custodi della cultura, delle tradizioni e dell'identità collettiva di un popolo frammentato in numerose tribù¹[20].

I Britanni

Le principali tribù britanniche e gli insediamenti romani al tempo della dominazione latina

Per approfondire, vedi le voci Britanni e Britannia (provincia romana).

Popolazioni celtiche raggiunsero la Gran Bretagna, superando La Manica, nell'VIII-VI secolo a.C.. Dall'attuale Inghilterra meridionale si espansero in seguito rapidamente verso nord, colonizzando l'intera Gran Bretagna e l'Irlanda, sebbene nell'attuale Scozia sia a lungo sopravvissuto il popolo pre-indoeuropeo dei Pitti[13]. Cesare attesta gli stretti legami, non solo culturali ma anche economici e politici, tra i Britanni e i Galli: i domini di Diviziaco, per esempio, si estendevano su entrambe le sponde della Manica[21] e sull'isola scampavano esuli dalla Gallia[22], che a sua volta otteneva, in caso di necessitÃ, aiuto militare dalla Britannia[23].

Una prima spedizione romana, condotta dallo stesso Cesare nel 55 a.C., non comportò un'immediata sottomissione dei Britanni. Questa fu compiuta circa un secolo dopo, nel 43 d.C., dall'imperatore Claudio. I Romani occuparono l'area degli attuali Inghilterra e Galles, erigendo a nord un limes fortificato: il Vallo di Adriano (122), in seguito spostato ancora più a nord (Vallo di Antonino, 142). Al di là  del Limes (nell'attuale Scozia e in Irlanda) rimasero sia tribù britanniche, sia i Pitti.

La latinizzazione delle tribù celtiche soggette a Roma fu intensa, ma meno di quella subita dai Galli e dai Celtiberi: alla cessazione del controllo romano della Gran Bretagna (fine IV-inizio V secolo) l'identità etnica e linguistica dei Celti era ancora viva, e sopravvisse a lungo anche alle successive invasioni germaniche. Dalla fusione dei tre elementi è celtico, latino e germanico è si sarebbero formate, durante l'Alto Medioevo, le moderne popolazioni di Gran Bretagna e Irlanda[24]. Gli unici eredi diretti degli antichi Celti, tra i popoli moderni, saranno proprio quelli delle Isole britanniche[25], che avrebbero conservato ininterrotta la tradizione linguistica dando origine alle lingue celtiche insulari, nei due rami goidelico e brittonico[26].

I Pannoni

Pannoni e Pannonia

Il processo di espansione dei Celti verso est, a partire dalla culla originaria della Cultura di La Tène, è storicamente assai meno attestato di quello avvenuta verso le Gallie. Comunque, si ritiene che la penetrazione in quella regione dell'Europa centrale poi individuata con il nome di Pannonia risalga agli inizi del IV secolo a.C.[13]. In quell'area, sul medio corso del Danubio, i Celti vennero a contatto con le tribù illiriche già  presenti; in parte si mescolarono a essi, in parte rimasero separati in gruppi autonomi, etnicamente e linguisticamente omogenei.

Quello dei Pannoni è il ramo della famiglia celtica sul quale le testimonianze sono più scarse e incerte; nulla resta della loro lingua (certo una varietà delle lingue celtiche continentali), salvo forse qualche elemento isolato che funse da sostrato per le lingue sviluppatesi successivamente in quella regione. Tra le tribù celtiche presenti in Pannonia spicca quella dei Boi, probabilmente il ramo orientale di una tribù presente anche nelle Gallie e penetrata in Europa centrale in un secondo momento, forse nel 50 a.C. A essi si deve il toponimo "Boemia".

A partire dal 35-34 a.C. i Pannoni iniziarono a entrare nella sfera di influenza romana, che in seguito eressero la Pannonia a provincia, anche se una porzione significativa dei Pannoni rimase tuttavia inclusa nella vicina provincia del Norico. Sottoposti a latinizzazione e, più tardi, a germanizzazione, slavizzazione e magiarizzazione, i Pannoni è sia di ceppo celtico, sia di ceppo illirico  si dissolsero come popolo autonomo fin dai primi secoli del I millennio.

I Galati

Galati, Galazia e Spedizioni celtiche nei Balcani

La penetrazione dei Celti nella Penisola balcanica è attestata dalle fonti greche, che testimoniano di una migrazione che sommerse la Tracia nel 281 a.C.. I Greci, forse adattando un termine impiegato da quelle stesse tribù celtiche, denominarono gli invasori  anzichè  o , termine con il quale identificavano gli abitanti autoctoni delle aree grecizzate presso la colonia di Marsiglia[6].

Il Galata Morente, statua romana rappresentante un guerriero celtico sconfitto con il collo ornato da un torque; è conservata ai Musei Capitolini di Roma

Incursioni galate si spinsero fin nel cuore della Grecia. Un'orda, guidata dal condottiero Brenno[27], attaccò Delfi, rinunciando solo all'ultimo minuto a dissacrare il tempio di Apollo: allarmato da portentosi tuoni e fulmini, rinunciò anche a riscuotere un riscatto. Sempre nel III secolo a.C., un'altra frazione del popolo, composta da tre tribù e forte di diecimila combattenti accompagnati da donne, bambini e schiavi, mosse dalla Tracia all'Anatolia su espresso invito di Nicomede I di Bitinia, che aveva chiesto il loro aiuto nella lotta dinastica che lo opponeva a suo fratello (278 a.C.).

I Galati si stabilirono definitivamente in un'area compresa tra la Frigia orientale e la Cappadocia, in Anatolia centrale; in seguito al loro insediamento la regione assunse il nome di "Galazia". San Girolamo attesta la sopravvivenza della loro lingua (il galato, varietà di celtico continentale) fino al IV secolo d.C.[28]; dopodichè si completò il processo di ellenizzazione dei Galati.

Latinizzazione e germanizzazione (II secolo a.C.-V secolo d.C.)

La fase di apogeo dei popoli celtici, tra il IV e il III secolo a.C., sembrava preludere a una forte presenza delle loro lingue e della loro cultura nell'intero continente europeo. Invece, proprio a partire da quell'epoca ebbe inizio il loro declino, sotto la pressione combinata di altri due popoli indoeuropei: i Germani, che premevano da nord e da est, e i Romani, che premevano da sud sul vasto ma poco coeso continuum celtico, come «due macine del mulino che, stringendo in mezzo i Celti, li avrebbe fatti scomparire dal continente impadronendosi della maggior parte dei loro immensi domini» (Francisco Villar)[29].

Celtiberi e Galli furono interamente latinizzati nei primi secoli dell'era volgare; l'assimilazione dei vinti interessò sia il versante linguistico, tanto da portare alla scomparsa delle lingue celtiche continentali, sia quello socio-culturale, con l'estensione della cittadinanza romana e l'integrazione nelle strutture politiche imperiali[30]. Identica sorte toccò ai Galati, anche se nel loro caso l'agente assimilatore fu piuttosto di matrice greca.

I Pannoni e i Britanni furono invece soltanto parzialmente latinizzati e nelle regioni da loro abitate presero il sopravvento - già  a partire dal III secolo - elementi germanici. Se in Pannonia l'assimilazione delle popolazioni preesistenti fu completa, anche a causa delle successive ondate migratorie slave e magiare, nelle Isole britanniche il processo seguì una strada differente.

La ripresa altomedievale (VI-X secolo)

Una croce celtica. Questo tipo di croce, tipicamente irlandese, è uno dei simboli ripresi dall'antica cultura celtica e adattata alla religione cattolica

Cristianesimo celtico, Irlanda medievale e Medio Evo inglese (V-XVI secolo).

meridionale della Gran Bretagna (odierni Inghilterra e Galles). La lingua e la cultura celtica pertanto sopravvissero al ritiro romano (IV-V secolo) e poterono così confrontarsi direttamente con le nuove istanze storiche che, in età altomedievale, interessarono Gran Bretagna e Irlanda: l'arrivo di vari popoli germanici e il processo di cristianizzazione che, specie in Irlanda, assunse caratteri specifici e peculiari.

La Gran Bretagna subì, fin dal IV secolo, un processo di re-celtizzazione da parte di gruppi provenienti dalla vicina Irlanda, mai entrata nei domini di Roma[31]. A partire dalla missione di san Patrizio in Irlanda (432), l'isola conobbe una fioritura religiosa che, attraverso lo slancio missionario, tutelò l'eredità celtica, anche se integrandola ora con nuovi elementi di matrice cristiana. A questi anni risalgono le prime testimonianze delle lingue celtiche insulari, una ripresa delle attestazioni delle lingue celtiche dopo l'oblio che aveva fatto seguito all'estinzione, almeno nelle testimonianze, delle lingue celtiche continentali.

La fase espansiva dei Celti irlandesi caratterizzò gli ultimi secoli del I millennio e interessò principalmente la Scozia e l'Isola di Man. Tale attività fu però esclusivamente culturale e religiosa: dal punto di vista politico, infatti, l'Irlanda fu invasa e controllata dai Vichinghi germanici dall'VIII al IX secolo, generando un sincretismo culturale vichingo-gaelico.

Il declino definitivo (dall'XI secolo)

Per approfondire, vedi le voci Storia dell'Irlanda e Storia del Regno Unito.

Nonostante la vivacità culturale, i Celti superstiti delle Isole britanniche furono - salvo rari momenti, come dopo la Battaglia di Carham vinta nel 1018 da re Malcolm II di Scozia - sempre soggetti a nuovi dominatori, tutti di lingua germanica: i Vichinghi prima e gli Anglosassoni poi. L'identità specifica celtica subì un forte processo di arretramento, testimoniata dalla progressiva riduzione dell'area occupata dai parlanti madrelingua delle diverse varietà delle lingue celtiche insulari[31].

Il II millennio ha registrato una costante regressione dei superstiti elementi celtici, sottoposti a un continuo processo di anglicizzazione sia linguistica, sia politica, sia culturale. Dalla fusione dell'elemento celtico e di quello germanico (vichingo e anglosassone) sono derivate, etnicamente e culturalmente, le moderne popolazioni di Gran Bretagna e Irlanda: non più quindi - e fin dal Medioevo - popolazioni celtiche in senso stretto, ma eredi moderne degli antichi Britanni, variamente ibridati - come ogni altro popolo europeo - con numerosi apporti successivi.

Società 

La società celtica ricalcava le strutture fondamentali di quella indoeuropea, imperniata sulla "grande famiglia" patriarcale. Tale modello è stato preservato dai Celti anche in età storica; il gruppo famigliare (clan, termine scozzese entrato nell'italiano) includeva non solo la famiglia in senso stretto, ma anche antenati, collaterali, discendenti e parenti acquisiti, comprendendo varie decine di persone. Più clan formavano una tribù(tuath in scozzese), a capo della quale era posto un re (in gallico rix). Alla famiglia - e non all'individuo - spettava anche la proprietà della terra[32].

La struttura sociale, nota principalmente grazie alla testimonianza resa da Cesare sui Galli nei suoi Commentarii, prevedeva una notevole articolazione in classi. L'aristocrazia guerriera assolveva i compiti di difesa e di offesa ed eleggeva, secondo uno schema consueto tra gli Indoeuropei, un re dalle funzioni principalmente militari mentre prerogativa del popolo libero erano le attività economiche, imperniate sull'agricoltura e l'allevamento; si ha notizia poi dell'esistenza di schiavi. Infine vi erano i druidi, sacerdoti, magistrati e maghi, depositari delle tradizioni comunitarie, del sapere collettivo e dell'identità intertribale nella quale tutti i Celti si riconoscevano[32]. Tale identità non si limitava ai singoli sottogruppi della grande famiglia celtica, ma l'abbracciava nella sua totalità; Cesare, infatti, attesta più volte i vincoli che i Galli celtici erano consapevoli di avere, non solo tra di loro, ma anche con i vicini Elvezi, Belgi, Lepontici e Britanni[33].

La società celtica (o almeno quella gallica) si presentava quindi come nettamente articolata in tre "funzioni": quella sacrale e giuridica, quella guerriera e quella produttiva. Tale struttura ispirata, accanto ad altri elementi provenienti soprattutto dalle mitologie romana, persiana e vedica, la teoria della tripartizione dell'intero immaginario indoeuropeo, formulata da Georges Dumàzil. Secondo tale schema, la divisione in tre funzioni era rigida, discendeva direttamente dal sistema originario degli Indoeuropei e coinvolgeva tanto la sfera sociale delle tre classi, quanto quella ideale e religiosa. La teoria, sostenuta soprattutto in area francese, è stata tuttavia recentemente ridimensionata e considerata il frutto dell'idealizzazione di un insieme di fattori peculiari e specifici di alcuni gruppi indoeuropei[34].

La donna godeva di uguali diritti all'interno della società dei Celti. Poteva ereditare come gli uomini ed essere eletta a qualsiasi carica, comprese quelle di druido o di comandante in capo degli eserciti; quest'ultima possibilità è attestata dalle figure di Cartimandua della tribù dei Briganti o di Boudicca degli Iceni al tempo dell'imperatore romano Claudio[35].

I druidi

Per approfondire, vedi la voce Druido.

I druidi svolgevano, genericamente, le funzioni sacerdotali. Essi tuttavia non si limitavano a essere il collegamento tra gli uomini e gli dei, ma erano anche responsabili del calendario e guardiani del "sacro ordine naturale", oltre che filosofi, scienzati, astronomi, maestri, giudici e consiglieri del re. Un'iscrizione gallica rinvenuta in Gallia meridionale (il Piombo di Larzac) conferma l'esistenza anche di donne insignite del ruolo di druide[36].

Ricomposizione dei frammenti del Calendario di Coligny

Cesare riferisce il carattere elitario della sapienza all'interno della società celtica, che proibiva l'uso della scrittura per la registrazione dei precetti religiosi[37]. L'educazione di un druido durava circa vent'anni e comprendeva insegnamenti di astronomia (disciplina della quale possedevano una padronanza tale da stupire Cesare), scienze, nozioni sulla natura; il lungo percorso educativo era dedicato in buona parte all'acquisizione mnemonica delle loro conoscenze[37]. Queste conoscenze erano poi applicate all'elaborazione di un proprio calendario: il più antico calendario celtico che si conosca è quello di Coligny, databile al I secolo a.C. Esso era molto più elaborato e sofisticato di quello giuliano, e prevedeva un complesso sistema di sincronizzazione della fasi lunari con l'anno solare[38].

I guerrieri e l'esercito

L'armatura dei Celti comprendeva scudi in legno con rifiniture in bronzo e ferro decorati in vario modo[39] e a grandezza d'uomo; era pratica molto diffusa quella di affilare il bordo dello scudo così da poter ferire anche con esso[senza fonte]. Su alcuni di questi si trovavano animali in bronzo scolpiti, con funzioni sia decorative sia di difesa. Sulla testa portavano elmi di bronzo con grandi figure sporgenti come corna, parti anteriori di uccelli o quadrupedi, che facevano apparire giganteschi coloro che li indossavano. Le loro trombe di guerra producevano un suono assordante e terrificante per il nemico. Alcuni indossavano sul petto piastre di ferro, mentre altri combattevano nudi. Non utilizzavano soltanto spade corte simili ai gladi romani, ma anche lunghe, ancorate a catene di ferro o bronzo, che pendevano lungo il loro fianco destro, oltre a lance dalle punte di ferro della lunghezza di un cubito e di poco meno di due palmi di larghezza, ed i loro dardi avevano punte più lunghe delle spade degli altri popoli[40].

Daghe celtiche

Di loro si racconta, inoltre, che preferivano risolvere le battaglie con duelli tra i capi o tra i più abili guerrieri di ognuno degli schieramenti opposti, piuttosto che scontrarsi in battaglia. Essi avevano anche l'abitudine di appendere le teste dei nemici uccisi al collo del proprio cavallo, e, in alcuni casi, di imbalsamarle, quando il vinto era un importante guerriero avversario; consideravano infatti la testa, e non il cuore, la sede dell'anima[41].

La vocazione guerriera di questo popolo, unitamente alla prospettiva di ottenere un soldo regolare o bottini occasionali, sfociò infine in un'attività praticata da molte sue tribù diventare soldati mercenari. Il primo indizio di una simile scelta risale al 480 a.C., quando sembra che alcuni soldati celti abbiano partecipato, a fianco dei Cartaginesi, alla battaglia di Imera. Altre partecipazioni di mercenari celtici sono ricordate durante la spedizione siracusana in Grecia del 369-368 a.C.; nel 307 a.C., quando tremila armati galli si unirono ad Agatocle di Siracusa, insieme a Sanniti ed Etruschi, per condurre una campagna in Africa settentrionale; nelle lotte che seguirono tra gli eredi di Alessandro Magno (i Diadochi). Tale pratica generà non solo un mercato in espansione per parecchie decine di migliaia di militari coraggiosi, esperti e meno cari dei Greci, ma permise anche, al ritorno dei soldati da guerre combattute un po' ovunque nel bacino mediterraneo, di introdurre la monetazione all'interno delle comunità celtiche[42]. Si sostiene che queste popolazioni non invadevano territori già  occupati per conquistarli, ma soprattutto per dimostrare la loro superiorità guerriera alle popolazioni vicine, oltre che per saccheggiarle (Es:Il santuario di Apollo a Delfi, in Grecia).

Indole e aspetto fisico

Dai loro contemporanei Greci e Romani i Celti erano descritti alti, muscolosi e robusti; gli occhi erano generalmente azzurri, la pelle chiara e i capelli biondi[43]. Dal punto di vista caratteriale, le stessi fonti descrivono i Celti come irascibili, litigiosi, valorosi, leali, grandi bevitori e amanti della musica[32].

Religione

Cernunnos, il "dio cornuto" dei Celti

Per approfondire, vedi la voce Divinità celtiche.

La principale testimonianza sulle credenze e sugli usi religiosi dei Celti è ancora una volta quella fornita da Cesare nel De bello gallico, la quale, pur essendo riferita specificamente ai Galli, attesta verosimilmente una situazione in larga parte comune all'intero gruppo celtico all'epoca dei fatti narrati (I secolo a.C.).

I Celti, probabilmente[44], condividevano una medesima visione religiosa politeista e adoravano divinità legate alla natura, con una peculiare valenza religiosa attribuita alla quercia, e alle virtù guerriere. Cesare riferisce anche della credenza nella trasmigrazione delle anime, che si traduceva in un'attenuazione della paura della morte tale da rafforzare il valore militare gallico[37]. è nota anche l'esistenza, sempre presso i Galli, di sacrifici umani, ai quali accadeva anche che le vittime si offrissero volontariamente; in alternativa si faceva ricorso a criminali, ma in caso di necessità si immolavano anche innocenti[45].

Nel pantheon gallico, Cesare testimonia il particolare culto attribuito a un dio che egli assimila al romano Mercurio, forse il dio celtico Lúg[46]. Era l'inventore della arti, la guida nei viaggi e la divinità dei commerci. Altre figure di rilievo tra gli dei gallici erano "Apollo" (Belanu, il guaritore), "Marte" (Toutatis, il signore della guerra), "Giove" (Taranis, il signore del tuono) e "Minerva" (Belisama, l'iniziatrice delle arti)[46].

La religione gallica fu oggetto di dura repressione ai tempi della dominazione romana; Augusto proibì i culti druidici ai cittadini romani delle Gallie e in seguito Claudio estese il divieto all'intera popolazione[47].

Diritto

Assai scarse sono le testimonianze sul diritto celtico. Cesare testimonia, parlando dei Galli, di un diritto matrimoniale che prevedeva l'amministrazione congiunta tra gli sposi del patrimonio familiare, costituito in parti uguali al momento delle nozze[48]. La giustizia veniva amministrata dai druidi, che avevano piena discrezionalità sulla segretezza delle sentenze[49].

Economia

Popolo frazionato in tribù dall'elevata mobilità, i Celti praticavano abitualmente la caccia e il saccheggio ai danni delle città e delle popolazioni sulle quali si abbattevano le loro scorrerie; tale abitudine è attestata nell'intera area occupata dai Celti nell'antichità, come testimoniano, per esempio, le incursioni galliche in Italia (sacco di Roma, 390 a.C.) e quelle galate in Grecia (sacco di Delfi, 281 a.C.).

Oreficeria celtica: torque gallici in bronzo conservati al Museo di è pernay

Nei luoghi in cui l'insediamento celtico fu maggiormente esteso e duraturo (Gallie e Isole britanniche), si sviluppò una fiorente agricoltura, che accompagnava l'allevamento, e l'artigianato metallurgico, con una peculiare e raffinata oreficeria, di cui costituiscono elemento caratteristico i torque, collane rigide in bronzo, in argento o in oro. Da queste regioni, i Celti svilupparono un'ampia rete commerciale; in particolare, lo stagno dalla Britannia veniva importato sul continente, dove era convogliato verso il Mar Mediterraneo: qui, nelle città della Gallia Narbonese (Marsiglia, Narbona) avvenivano transazioni commerciali con i Cartaginesi, con Greci ed Etruschi e, più tardi, con i Romani.

Caccia e pesca

Benchè la caccia fosse ampiamente praticata, sembra che la selvaggina non avesse un ruolo fondamentale nell'alimentazione dei Celti. La caccia al cervo o al cinghiale costituiva più che altro una forma di passatempo, in sostituzione della prodezze militari. Era praticata anche la pesca, in prossimità di fiumi, laghi e litorale marino; sembra che i Celti fossero ghiotti di frutti di mare, come risulterebbe dai rifiuti culinari raccolti nella regione dell'Armorica[50].

Agricoltura

Abili agricoltori, i Celti coltivavano campi di forma quadrangolare, non molto grandi: la dimensione media era di dieci-quindici are, corrispondenti a quanto era possibile arare in un solo giorno. I campi erano delimitati da siepi per proteggerli dal calpestio degli animali selvatici.

Fondamento dell'agricoltura erano le colture cerealicole. I dati archeologici attestano che i Celti coltivavano un'antica varietà di farro piccolo (Triticum monococcum) oltre a frumento, segale, avena, miglio, perfettamente adatti ai terreni di queste regioni con rendimenti molto elevati (fino a tre tonnellate per ettaro); ma coltivavano anche grano saraceno (cereale particolarmente adatto a terreni poveri e a una coltura in altitudine)[51] e orzo, usato soprattutto per produrre una forma primitiva di birra, denominata in gallico cervesia (secondo la trascrizione latina).[52]

Allevamento

Il bestiame aveva un ruolo fondamentale nell'alimentazione delle genti celtiche. Di riflesso, il rango dei vari capitribù dipendeva più dal numero dei capi di bestiame da essi posseduti che dall'estensione dei terreni di loro proprietà adibiti a coltivazione. Venivano allevati bovini di piccola taglia e dalle lunghe corna (Bos longifrons). I maiali domestici erano di dimensioni assai più piccole rispetto al cinghiale o ai maiali attuali, ma la loro carne era particolarmente apprezzata, soprattutto nei banchetti. I ritrovamenti archeologici di resti ossei, rinvenuti nelle loro cittadelle, confermano che era certamente la carne maggiormente consumata. Le capre, al contrario, erano allevate soprattutto per il loro latte; nei loro villaggi erano inoltre presenti oche e galline[50].

Artigianato e metallurgia

Già  a partire dall'VIII secolo a.C., la capacità di lavorare il ferro permise ai Celti di fabbricare asce, falci e altri attrezzi al fine di effettuare sgombri di territori su vasta scala, prima occupati da foreste impenetrabili, e di lavorare la terra con facilità. La crescente abilità nella lavorazione dei metalli permise inoltre la costruzione di nuovi equipaggiamenti, come spade e lance, che li resero militarmente superiori rispetto alle popolazioni loro vicine e li misero in grado di potersi spostare con relativa facilità, giacchè poco temevano gli altri popoli. Estratto sotto forma spugnosa, il ferro era sottoposto ad una prima lavorazione di fucina e distribuito in lingotti, pesanti cinque-sei chilogrammi e a forma bipiramidale. In un periodo successivo, i lingotti furono sostituiti da lunghe barre piatte, già pronte per essere lavorate in lunghe spade; tali barre erano tanto apprezzate da essere utilizzate perfino come moneta, insieme al rame e alle monete d'oro[53].

Monetazione

Monete galliche: statere in oro rinvenuto presso Parigi (rovescio)

L'uso della moneta si diffuse nei territori celtici a partire dalle aree colonizzate dai Greci, lungo la costa mediterranea della Gallia: fin dal III secolo a.C. i Galli utilizzarono le monete greche, per passare in seguito a quelle romane. I Celti coniarono anche proprie monete, sia in Gallia che nella Penisola iberica (parte della cosiddetta monetazione hispanica), ispirate a quelle greche e romane.

Anche presso i Celti, la moneta costituiva un comodo mezzo per la quantificazione di un metallo prezioso come oro o argento, in transizioni di una certa importanza. La sua introduzione va ricercata nel soldo che veniva dato come compenso ai mercenari celti (come i Gesati). Non sarebbero, pertanto dovute a una mera coincidenza le prime apparizioni di emissioni locali, nel bacino del fiume Rodano, in seguito al rientro da parte dei mercenari gesati della prima metà del III secolo a.C. Le successive variazioni, in particolare a partire dal II secolo a.C., furono un mezzo per marcare la differenza tra le diverse comunità territoriali, con l'affermazione progressiva delle città-Stato. L'obbligo di distinguere ogni emissione successiva di uno stesso oppidum, mantenendone i tratti principali e distintivi, portò gli incisori a sviluppare una rara capacità di variazione nell'elaborazione di immagini sempre più originali[54].

Commercio

Oltre che in direzione del Mediterraneo, i rapporti commerciali dei Celti si svilupparono anche verso l'interno del continente europeo; manufatti di fattura celtica sono stati rinvenuti in una vasta area dell'Europa centrale, all'epoca abitata da Germani e altre popolazioni. Per esempio, uno dei più raffinati esempi della metallurgia celtica, il Calderone di Gundestrup (fine II secolo a.C.), è stato ritrovato nello Jutland[55].

Ai Celti si deve anche l'apertura di gran parte delle strade dell'Europa nord-occidentale. Il solo fatto che Cesare, nel suo resoconto sulla conquista della Gallia, ripeta più volte che le sue truppe si muovevano tanto rapidamente attraverso il territorio gallico, fa capire quanto fosse allora eccellente il sistema stradale di questa regione. Nuova conferma dell'eccellenza delle reti viarie celtiche è stata nel 1985 la scoperta, nella contea irlandese di Longford, di un tratto di strada lungo più di novecento metri, databile al 150 a.C. Aveva fondamenta di travi di quercia poste l'una accanto all'altra, sopra sbarre di frassino, quercia ed ontano. Nelle aree da loro sottomesse, i Romani non fecero altro che sostituire al legno la pietra, sopra i tracciati preesistenti costruiti dai Celti[56].

Lingua

Il celtico comune

Per approfondire, vedi le voci Lingua protoceltica e Indoeuropeo.

Tratto principale dell'identificazione dei popoli celtici è l'appartenenza a una medesima famiglia lingustica, quella delle lingue celtiche. Tale famiglia è parte del più ampio insieme indoeuropeo, dal quale si distaccò nel III millennio a.C.. Tre sono le principali ipotesi che precisano meglio il momento della separazione del celtico comune o protoceltico.

Secondo la prima, il protoceltico si sarebbe sviluppato nell'area della Cultura di La Tène a partire da un più ampio "insieme europeo". Questo continuum linguistico, esteso in gran parte dell'Europa centro-orientale, si formà in seguito a una serie di penetrazioni di genti indoeuropee in Europa, giunte dalla patria originaria indoeuropea (le steppe a nord del Mar Nero, culla della Cultura kurgan); il distacco dal tronco comune di questo insieme europeo viene fatto risalire ai primi secoli del III millennio a.C., approssimativamente tra il 2900 e il 2700 a.C.[57].

Le seconda ipotesi, che comunque muove dalla medesima visione d'insieme dell'indoeuropeizzazione dell'Europa, postula una penetrazione secondaria in Europa centrale (sempre nell'area di La Tène, e sempre a partire dalle steppe kurganiche). Tale movimento di popolazione, in questo caso esclusivamente proto-celtico, sarebbe collocabile intorno al 2400 a.C.. Questa posticipazione della separazione del proto-celtico dall'indoeuropeo è motivata da considerazioni dialettologiche, che sottolineano alcune caratteristiche che le lingue celtiche condividono con le lingue indoeuropee più tarde tra cui, in particolare, il greco[58].

Le terza ipotesi muove invece da un'impostazione radicalmente differente. Si tratta di quella, avanzata da Colin Renfrew, che fa coincidere l'indoeuropeizzazione dell'Europa con la diffusione della Rivoluzione agricola del Neolitico (V millennio a.C.). Il protoceltico sarebbe, in tal caso, l'evoluzione avvenuta in situ, nell'intera area occupata storicamente dai Celti (Isole Britanniche, Penisola iberica, Gallie, Pannonia), dell'indoeuropeo. Tale ipotesi è sostenuta in ambito archeologico (insigne archeologo è lo stesso Renfrew), ma contestata dai linguisti: l'ampiezza dell'area occupata dai Celti, l'assenza di unità politica e il lungo periodo di separazione delle diverse varietà di celtico (tremila anni dal celtico comune alle prime attestazioni storiche) sono un insieme di fattori ritenuto incompatibile con la stretta affinità tra le varie lingue celtiche antiche, assai simili le une alle altre[12].

Le lingue celtiche antiche

Le lingue celtiche attestate nell'antichità, primo e diretto frutto della frammentazione dialettale del celtico comune, sono definite lingue celtiche continentali[59], a causa dell'assenza in quest'epoca di testimonianze sulle varietà parlate dai Britanni[60]. Indirettamente, tuttavia, è possibile ipotizzare che le differenze tra gallico e britannico non fossero particolarmente profonde: Cesare, infatti, testimonia degli stretti contatti - culturali, commerciali e politici - tra Galli e Britanni, descrivendoli come estremamente affini, anche se non riferendosi esplicitamente alla loro lingua[61]. Le lingue celtiche antiche di cui si conservano attestazioni (gallico, celtiberico, lepontico, galato e, in misura limitatissima, paleoirlandese[62]) sono testimoniate da una serie di iscrizioni e glosse in alfabeto greco, latino e - limitatamente al celtiberico - iberico, datate grosso modo tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C.

Un Bronzo di Botorrita, tra le più importanti testimonianze della lingua celtiberica e, più in generale, delle lingue celtiche continentali

I caratteri principali che caratterizzano tutte le lingue celtiche, e che le differenziano dalle altre famiglie linguistiche indoeuropee, sono: *p >  in posizione iniziale e intervocalica; *

Le parlate dei Celti nell'Europa continentale si estinsero tutte in età romana imperiale, sotto la pressione del latino, delle lingue germaniche e, nel caso del galato, del greco. Le lingue celtiche continentali agirono da sostrato nella formazione dei nuovi idiomi, germanici o neolatini, che si svilupparono nelle regioni che ospitavano i loro parlanti.

Le lingue celtiche moderne

Per approfondire, vedi la voce Lingue celtiche insulari.

Le lingue celtiche sopravvissero esclusivamente sulle Isole britanniche, solo in parte (Gran Bretagna) o per nulla (Irlanda) romanizzate; tali lingue, attestate a partire dall'Alto Medioevo, sono perciò chiamate lingue celtiche insulari. Queste vengono suddivise in due gruppi: quello goidelico, che comprende il gaelico irlandese in Irlanda, il gaelico scozzese in Scozia e il mannese sull'Isola di Man[64], e quello brittonico, che include il gallese del Galles e il bretone della Bretagna, frutto di un'emigrazione dalla Britannia nel V-VII secolo, oltre all'estinto cornico in Cornovaglia[65].

Fin dal Basso Medioevo la pressione sulle lingue celtiche superstiti esercitata soprattutto dall'inglese (ma anche, in Bretagna, dal francese) è stata costante, portando a una lenta ma continua riduzione del numero dei parlanti e delle aree madrelingua. Attualmente tutte le lingue celtiche, nonostante gli sforzi delle istituzioni statali e locali delle regioni in cui ancora sopravvivono, sono a rischio di estinzione[66].

Cultura

Letteratura

Per approfondire, vedi la voce Bardo.

I Celti crearono una propria letteratura eroica, della quale tuttavia scarsissime sono le testimonianze. Tale tradizione letteraria, infatti, era trasmessa solo oralmente, per opera dei bardi e dei druidi, secondo quanto testimoniato da Cesare per i Galli. L'uso della scrittura - in alfabeto greco, latino o iberico - era riservato alle funzioni pratiche, poichè presso i Celti era ritenuta illecita la trascrizione della sapienza (poetica e religiosa); volendone preservare la segretezza, i sapienti la tramandavano esclusivamente per via orale, dedicando a questo compito molti anni di studio e l'impiego di mnemotecniche[37]. In età più tarda, tuttavia, parte del corpus poetico celtico fu comunque messo per iscritto: le testimonianze più antiche, in irlandese, risalgono al VI-VII secolo[32].

Le strutture metriche e alcuni stilemi dell'epica celtica presentano, secondo alcuni studiosi, analogie con i Veda sanscriti e con la lirica greca. In tal caso, le coincidenze costituirebbero una comune eredità da un'antica poesia orale indoeuropea[32]. Un espediente stilistico di questo genere è costituito, per esempio, dalla formula che coniuga l'affermazione di un concetto con la negazione del suo contrario: l'espressione celtica «che mi giunga la vita, che non mi giunga la morte» ha esatte corrispondenze in numerose tradizioni poetiche indoeuropee (sanscrito, avestico, persiano antico, greco e germanico)[67]. Di diretta ascendenza indoeuropea sarebbero poi altri espedienti stilistici, come la "composizione anulare", e la stessa figura del poeta orale professionista: figure analoghe al bardo celtico, infatti, si rintracciano sia nella tradizione indiana, sia in quella greca[68].

Arte

L'apogeo dell'arte celtica, collocabile tra il IV e il III secolo a.C., corrisponde a un livello molto elevato raggiunto dagli artigiani di questo popolo nel creare con il fuoco oggetti di grande valore, con esempi di vero virtuosismo. La lavorazione ornamentale del ferro delle spade, con l'incisione diretta, la cesellatura, la fucinatura a stampo ed altri procedimenti, hanno rivelato, soprattutto dopo i recenti progressi moderni nelle tecniche di restauro archeologico, che non si trattava di opere isolate di singoli artisti di quel periodo, ma costituivano uno standard abituale sia in termini di qualità artistica sia tecnica esecutiva[69].

Architettura

Murus gallicus a Bibracte (ricostruzione)

Per approfondire, vedi le voci Dun (archeologia), Fortezza di collina e Murus gallicus.

L'insediamento abitativo tipico dei Celti è quello comunemente indicato dagli archeologi come "fortezza di collina": si tratta di cittÃ, in genere di modeste dimensioni, costruite sulla sommità di un'altura che ne rende facile la difesa. Tale schema, tipicamente indoeuropeo, è riscontrabile in quasi tutte le aree occupate storicamente da popolazioni di tale filiazione[70]. Due erano i nomi utilizzati dai Celti per indicare le loro cittadelle. Nella Penisola iberica i Celtiberi (ma anche altri popoli, non indoeuropei, da essi influenzati) le chiamavano briga[71]; nelle Gallie, prevale il termine  (dalle prime iscrizioni galliche, in alfabeto greco), reso in latino con dÅ«num[72].

La tecnica costruttiva impiegata dai Celti nelle fortificazione delle loro cittadelle era quella definita dai Romani murus gallicus. Cesare, nel De bello gallico, lo descrive come una struttura composta da un'intelaiatura lignea e riempimenti di sassi[73].

Scultura

Rari sono i manufatti celtici di età antica sopravvissuti fino ai nostri giorni. Più frequenti, invece, le opere scultoree realizzate dai popoli celtici delle Isole britanniche in età medievale, come le Croci celtiche.

Oreficeria

Per approfondire, vedi la voce Torque.

L'oreficeria è la branca artistica degli antichi Celti della quale sono sopravvissute le maggiori testimonianze. Tipici dell'artigianato celtico, gallico in particolare, sono i torque, collane o bracciali propiziatori realizzati in oro, argento o bronzo. Altri manufatti artistici celtici conservati sono gioielli, coppe e paioli.

 

Torque in argento massiccio

Gli oggetti metallici, al termine della lavorazione, venivano abbelliti mediante applicazioni di materiale colorato. Su numerosi manufatti si hanno infatti, a partire dal IV secolo a.C., testimonianze di fusioni di smalti, ottenuti con una particolare pasta di vetro. Questo smalto di colore rosso era inizialmente fissato tramite una fine reticella di ferro, unitamente al corallo mediterraneo, direttamente sugli oggetti, quasi rappresentassero una forma magica di sangue, "pietrificato del mare" e uscito dal fuoco. A partire dal III secolo a.C., con l'evoluzione della tecnica di fusione, furono sviluppati nuovi oggetti, quali braccialetti di vetro policromo, e sviluppate nuove tecniche come l'applicazione diretta e fusione dello smalto su spade e parure, senza l'utilizzo di strutture di supporto. Nuovi colori, come il giallo e il blu, furono introdotti a partire dal II-I secolo a.C. anche se il rosso rimase il colore predominante[74].

Tessitura

I Celti avevano notevole gusto per i colori accesi anche sui tessuti che usavano per confezionare i loro abiti, come ancora oggi testimoniano i moderni tartan scozzesi. Diodoro Siculo racconta che «i Celti indossavano abiti sorprendenti, tuniche tinte in cui fioriscono tutti i colori, e pantaloni che chiamano "brache". Sopra portano dei corti mantelli a righe multicolori, stretti da fibule, di stoffa pelosa d'inverno e liscia d'estate»[75].

Musica

Benchà i Celti avessero sviluppato una propria produzione musicale, coltivata soprattutto dai bardi, nessuna testimonianza concreta è sopravvissuta fino ai nostri giorni. La cosiddetta musica celtica è uno stile musicale moderno, sviluppato a partire dalla musica folclorica nei Paesi che ospitano le lingue celtiche contemporanee.

I Celti nella cultura moderna

Assimilati principalmente da popoli di lingua latina o germanica, i Celti si dissolsero come popolo autonomo nei primi secoli dopo Cristo. La loro eredità - linguistica e culturale - entrò in piccola parte nelle nuove sintesi che si crearono nei territori da loro un tempo occupati. Un influsso più ampio si registrò soltanto nelle Isole britanniche, dove insieme alla lingua furono conservate anche alcune tradizioni popolari. Tuttavia, a partire dal Medioevo non è più possibile parlare di "Celti", quanto piuttosto di popoli, lingue e tradizioni moderne eredi di quelle celtiche, siano esse irlandesi, gallesi, bretoni o scozzesi. Oggi il termine "celtico" è comunque anche impiegato per descrivere lingue e culture di matrice celtica presenti in Irlanda, Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna.

Esiste anche una forma di ripresa dell'eredità (vera o presunta) dei Celti, che a volte assume anche connotazioni religiose (celtismo o druidismo), nazionalistiche o semplicemente culturali (specie in campo musicale: la cosiddetta musica celtica); tuttavia, il nesso storico con i Celti dell'antichità è spesso flebile, quando non del tutto pretestuoso[76].

Il celtismo

Un gruppo di moderni druidi britannici a una cerimonia per la celebrazione del solstizio, a Stonehenge. Il complesso megalitico di Stonehenge non è tuttavia opera degli antichi Celti, ma di popoli pre-indoeuropei, che lo eressero almeno mille anni prima dell'insediamento dei Britanni, datato VIII secolo a.C.

Per approfondire, vedi la voce Celtismo.

Il celtismo o druidismo è un movimento religioso neopagano ricostruzionistico emerso a partire dagli anni Settanta del XX secolo. I suoi aderenti affermano di riprendere l'antica religione celtica, interpretandola come un sistema religioso panteistico, animistico e politeistico; al paganesimo celtico si ispirano anche correnti della Wicca e del New Age.

Fumetti e animazione

Una rappresentazione vivida ed efficace dei Celti, anche se storicamente poco attendibile, è quella realizzata da Renè Goscinny e Albert Uderzo nelle loro avventure a fumetti dedicate ad Asterix il gallico. A partire dalla prima avventura (1959), i due autori hanno sviluppato una lunga serie di creazioni, affiancando ai fumetti, fin dal 1967, numerose trasposizioni cinematografiche (animazioni) delle vicende dei personaggi. I protagonisti sono tutti Galli, ma in diverse storie compaiono (sempre rappresentati umoristicamente e traendo spunto più dai moderni popoli europei che da quelli dell'antichità) anche altri popoli celtici, dai Celtiberi agli Elvezi, dai Belgi ai Britanni.

A partire dal 1999 ha avuto inizio una nuova serie di trasposizioni cinematografiche delle avventure di Asterix, questa volta non più animata ma con attori in carne e ossa.

Cinema e televisione

Ai Celti, e in particolar modo ai Galli, sono state dedicate diverse opere, sia televisive che cinematografiche:

Note

  1. ^ In lingua italiana, al plurale "Celti" (sostantivo) corrispondono due possibili forme di singolare: "celta" e la meno diffusa "celto", definite rispettivamente da Tullio De Mauro come "tecnico-specialistica" e "di basso uso". L'aggettivo corrispondente, assai più frequente, è "celtico". Cfr. lemma "celta". URL consultato il 23/03/2008., lemma "celto". URL consultato il 23/03/2008. e lemma "celtico". URL consultato il 23/03/2008. dal Dizionario De Mauro Paravia on-line.

  2. ^ Erodoto, Storie, II, 33, 3.

  3. ^ Intorno al 281 a.C. alcune tribà celtiche invasero la Tracia, spingendosi con incursioni fin nel cuore della Grecia.

  4. ^ Cesare, De Bello Gallico, I, 1.

  5. ^ Pierluigi Cuzzolin, Le lingue celtiche, p. 256.

  6. ^ a b Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, p. 443.

  7. ^ Villar, cit., p. 445.

  8. ^ a b Peter Berresford Ellis, L'impero dei Celti, p. 23.

  9. ^ a b Villar, cit., pp. 443-444.

  10. ^ Villar, cit., p.633.

  11. ^ Berresford Ellis, cit., pp. 19 segg.

  12. ^ a b Villar, cit., pp. 447-448.

  13. ^ a b c d Villar, cit., p. 444.

  14. ^ Villar, cit., p. 446; Bernard Comrie, La famiglia linguistica indoeuropea, in Anna Giacalone Ramat-Paolo Ramat, Le lingue indoeuropee, p. 377.

  15. ^ Villar, cit., p. 517.

  16. ^ Villar, cit., p. 518. Il suffisso "-briga", derivato dalla diffusa radice indoeuropea *bhrgh, indica in celtiberico lo stesso tipo di insediamento identificato in gallico con dunon/-dunum/-dun: una cittadella fortificata in un luogo elevato (fortezza di collina, nota in latino come oppidum).

  17. ^ Polibio, Storie, II, 18, 2; Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 35-55; Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XIV, 113-117; Plutarco, Vite Parallele, Vita di Furio Camillo, 15, 32.

  18. ^ Marta Sordi, Sulla cronologia liviana del IV secolo, in Scritti di storia romana, pp. 107-116.

  19. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 12.

  20. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 13-15.

  21. ^ Cesare, De bello gallico, II, 4.

  22. ^ Cesare, De bello gallico, II, 14.

  23. ^ Cesare, De bello gallico, III, 9; IV, 20.

  24. ^ Anche se l'Irlanda aveva subito un'influenza soltanto indiretta dell'elemento latino, questa era stata tuttavia decisiva specie in campo culturale, attraverso il processo di cristianizzazione.

  25. ^ Presso gli abitanti della Bretagna francese la sopravvivenza di una lingua celtica è dovuta a insediamenti secondari di elementi provenienti proprio dalla Gran Bretagna (V-VII secolo), e non da una sopravvivenza dei Galli autoctoni.

  26. ^ La divisione tra lingue celtiche continentali e lingue celtiche insulari, a dispetto del nome, non è geografica, bensì cronologica: le prime sono quelle attestate in età antica non esistendo infatti testimonianze anteriori al IV secolo d.C. delle lingue celtiche parlate nelle Isole britanniche; le seconde sono quelle attestate a partire dall'Alto Medioevo e presenti proprio ed esclusivamente sulle Isole britanniche (Cfr. Villar, cit., p. 450). A riprova vi è il fatto che molte delle prime iscrizioni in alfabeto ogamico rinvenute in Irlanda offrono tratti linguistici affini a quelli delle lingue celtiche continentali, come per esempio l'assenza della lenizione (Villar, cit., p. 458).

  27. ^ Da non confondere con il Brenno che, nel IV secolo a.C., guidò i Senoni al sacco di Roma del 390 a.C..

  28. ^ San Girolamo, Commentariorum in Epistulam beati Pauli ad Galatas libri tres, 0357A.

  29. ^ Villar, cit., p. 446.

  30. ^ Il processo prese avvio fin dal I secolo con l'imperatore Claudio (41-54), che persuase il Senato romano ad accogliere nuovi membri di origine gallica.

  31. ^ a b Cuzzolin, cit., p. 279.

  32. ^ a b c d e Villar, cit., p. 449.

  33. ^ Cfr. ad esempio, per questi ultimi, Cesare, De bello gallico, IV, 20.

  34. ^ Villar, cit., p. 163. Anche gli studiosi più propensi ad accogliere lo schema di Dumèzil, come Enrico Campanile, tendono a limitare la tripartizione alla sfera sociale e materiale, mostrando invece scetticismo su una sua possibile estensione all'ambito ideologico; cfr. Enrico Campanile, Antichità indoeuropee, in Le lingue indoeuropee, cit., p. 24.

  35. ^ Tacito, Annales, XIV, 35.

  36. ^ Villar, cit., p. 453.

  37. ^ a b c d Cesare, De bello gallico, VI, 14.

  38. ^ Berresford Ellis, cit., p. 30.

  39. ^ Olivier Buchsenschutz, I Celti, p. 240.

  40. ^ Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, II.

  41. ^ Berresford Ellis, cit., pp. 32-34.

  42. ^ Venceslas Kruta, I Celti, p. 85.

  43. ^ Villar, cit., pp. 448-449.

  44. ^ Venceslas Kruta, I Celti e il Mediterraneo, p. 7.

  45. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 16.

  46. ^ a b Cesare, De bello gallico, VI, 17.

^ Secondo quanto testimoniato da Svetonio:

Bibliografia

Fonti primarie

Letteratura storiografica

Voci correlate

Contesto storico generale

Popoli celtici

Altri progetti

Collegamenti esterni

 

tratto dal sito: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Celti/Celti-origini.html

Origini

L'origine del popolo dei Celti è indoeuropea. La parola celtico ha origine dal greco keltai che gli abitanti di Marsiglia, città è fondata dai Focei, attribuirono ai membri di queste tribù belligeranti.

La loro prima area geografica di residenza  è l'Europa centrale, in particolare tra la Boemia e la Baviera, dove ha avuto luogo la cosiddetta " Cultura di Unetice", particolarmente legata alla lavorazione dei minerali ed alla pastorizia. Da questa cultura hanno avuto origine anche gli italici, gli illiri ed i veneti.

Sicuramente la genesi dei Celti ha risentito di una interazione tra varie popolazioni.  dunque opportuno fare una premessa.

Intorno al 4000 a.C. esisteva una civiltà, denominata di Atlantide, che abitava nella zona del Baltico (che sarà nel medioevo luogo della Lega Anseatica), in particolare nello Jutland e nella bassa Scandinavia. Questa civiltà, racconta Erotodo, era particolarmente progredita. Abile nella costruzione dei templi e degli stadi, aveva una certa esperienza nella navigazione. Ciò¨ provato dalle costruzioni megalitiche dei menhir della Bretagna (Carnac), dell'Irlanda, del Galles e dell'Inghilterra (Stonehenge), dove nelle vicinanze è stato forse rinvenuto un probabile stadio per le corse equestri. Tali costruzioni di dolmen avevano come scopo la guida agli astri, in cui tali popolazioni credevano.

A seguito di siccitÃ, terremoti e carestie, tale popolo è migrato verso l'Europa centrale, la Grecia (dove ¢erano le culture achea e micenea, che furono distrutte), l'Anatolia (dove erano presenti gli Ittiti ), la Palestina (in cui hanno avuto origine le civiltà fenicia e semita) e l' Egitto. Questa migrazione è nota come quella dei "popoli del mare". Solo in Egitto, Tolomeo riuscì a respingere la loro invasione. La coda della migrazione dei popoli del mare fu rappresentata dai Dori che si stanziarono in Grecia ed in Egeo.

Intanto, quasi contemporaneamente, secondo una teoria più accreditata tra il 3000 e il 2500 a.C. in Oriente ¢erano tre popolazioni indoeuropee: i Urga (per le tombe a tumulo che usavano) della zona del Volga - alto Mar Caspio, i Transcaucasici del Caucaso, i Nordpontini della zona del Mar Nero. Queste popolazioni, in particolare la prima, influenzandosi e mescolandosi tra loro fino alla fine dell'era  del rame, eseguirono delle migrazioni in: Anatolia ( Ittiti  ), in Mesopotamia (Arii), Grecia (Macedoni e Micenei), Europa (Cultura di Unetice in Boemia, crocevia di popolazioni). La divisione cominciò con l'inizio dell'era del bronzo e si perfezionò con l'era del ferro (la Boemia era ricca di ferro) e si implementò con l'addomesticamento della razza equina (la parola cavallo ha la stessa radice in tutte le lingue indoeuropee) e del bestiame. Contemporaneamente nel nord europa, in particolare nella zona della Polonia, compare la civiltà dei Campi di Urne , di origine nordica, che prende il nome dal modo in cui seppellivano i loro morti. La coda di questa migrazione orientale ebbe luogo con gli Sciti, nell'era â„¢800 a.C., che si diffusero in Mesopotamia (originando prima la cultura caldea, di cui Abramo ne sarà un rappresentante, e poi quella assira che sarà dominante fino all'avvento dei Persiani), in Anatolia (ove erano presenti già i Frigi, i Lidi ed i Pontini), in Grecia, in Italia (dove dal 900 a.C. erano presenti gli Etruschi e ancora prima i Liguri e gli Italici ) ed in Europa centrale (dove era presente la migrazione dei popoli del nord).

In particolare, con riferimento a quest'ultima, intorno al 700 a.C., nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia), fino al 450 a.C. si diffuse la cultura di Hallstatt , abile nel commerciare sale (di cui la loro regione era ricca) con i popoli italici e nordici. Si trattava dunque di una cultura di crocevia, basata prevalentemente su due classi sociali legate all'aristocrazia e alla pastorizia. La fine della cultura di Hallstatt segna l'inizio della cultura di La Tene (450  50 a.C.), situata sulle rive del lago di Neuchatel e caratterizzata dall'arte espressionista, dalle rappresentazioni del particolare e dei dettagli, dall'inizio di migrazioni di popoli, dalla valida rete di commercio di massa che furono in grado di impiantare, dalla conseguente nascita di una protoborghesia. Questo passaggio è¨ stato motivato anche da una differente esigenza sociale: nuovi ceti aspirano al potere, per cui la vecchia aristocrazia hallstattiana viene soppiantata.

Dunque all'inizio del 600 a.C., come risultato di queste due ultime culture appena descritte, nella zona che comprende il basso Rodano e l'alto Danubio ha origine la popolazione celtica che, di cultura nomade, comincia a migrare verso l'Italia settentrionale, dove si stanzia attorno a Mediolanum ed entra in contatto con gli Etruschi, l'Europa centrale, facendo scomparire la cultura di Hallstatt, la Francia, da cui hanno origine i Galli, la Germania, dove si integrano con i Germani (Suebi, Marcomanni, Longobardi, Ermunduri, Quadi e Semnoni), popolo proveniente dall'area del Baltico, differente da quello dei Celti, la Gran Bretagna, dove ebbero uno sviluppo più arretrato, la Serbia, la Macedonia e l'Anatolia, dove compaiono i Galati (la parola celtico in greco si scrive gàlatos), che importarono culti religiosi orientali.

In particolare per la Gran Bretagna è opportuno precisare che intorno al 900 a.C. ed al 500 a.C. ci furono due ondate di migrazioni di popoli di origine indoeuropea che si sovrapposero alle popolazioni preesistenti derivate dagli "ex Atlantidi" giunte nel 3000 -2000 a.C..

 Gruppi linguistici celti e derivati

La prima fu legata a popoli di lingua gaelica, che partiti dalla Spagna settentrionale, approdarono in Irlanda, Scozia e Isola di Mann. Svilupparono una lingua denominata "celtico Q", poichè al posto della lettera k si utilizzava la lettera q. La seconda migrazione fu caratterizzata da popoli britannici, che partiti dal Belgio, in piena età lateniana, dunque nella massima fase dello sviluppo socio-economico, colonizzarono Inghilterra, Galles e Cornovaglia, sviluppando il "celtico P", poichè la era sostituita da p. Ad esempio, la parola indoeuropea ekuos (cavallo), si scrive equos in gaelico ed epos in britannico. Dunque la mutazione consonantica q-p caratterizzò due tipologie di popolazioni, che si differenziavano anche per scelte architettoniche ed urbanistiche: le prime vivevano in fortificazioni, le seconde in villaggi. E' anche probabile che la migrazione dei secondi spinse i primi verso zone più lontane. Il termine gaelico deriva dalla parola gwyddel che significa "selvaggi" e fu attribuita, in una fase di migrazione, dai Gallesi agli avi degli Irlandesi che vi si insediarono.

I Celti hanno risentito molto della cultura scita, sia per l'uso delle tombe a tumulo, sia per l'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, sia per il rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, sia per la suddivisione in classi sociali, ove l'aristocratico era chi possedeva più cavalli. Dunque i Celti hanno subito influenze orientali (Sciti, Kurgan, Greci, Etruschi) ed europee (culture di Hallstatt e di La Tene, popoli del nord), sviluppando a loro volta una propria cultura.

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Religione

Secondo la tradizione Eracle, divinità - eroe ellenico, giunto in Gallia, fondò Alesia e si invaghì di una principessa locale. Questa colpita dal suo vigore e dalla sua possenza fisica, si unì all'eroe orientale. Frutto dell'unione fu il giovane Galates, che salito al trono, diede il suo nome al popolo: galati o galli. Questa tesi propagandistica dimostra il legame tra Occidente ed Oriente.

    La religione celtica ha molte affinità con le religioni delle culture indoeuropee, in particolare con quella scita. Essa si basa su concetti molto semplici: la reincarnazione della vita, la rigenerazione, la resurrezione, l'amore per la natura, la sacralità di alcune piante (la quercia in Gallia e Galizia, il tasso in Britannia, il torbo in Irlanda). Gli alberi erano il tramite con il firmamento e separavano l'uomo dagli dei celesti. Attorno ad ogni villaggio c'erano dei boschi sacri (drynemeton) dove si eseguivano riti e dove veniva giudicata la gente dai druidi.

Si usavano spesso anche i dolmen ed i menir megalitici, già realizzati dalle precedenti civiltà, per rappresentare una continuità tra l'uomo ed il firmamento.

La morte rappresentava per i Celti una breve pausa per una vita eterna: esisteva infatti la reincarnazione (in cui si crede anche in India), per questo si amava la natura, perchè si poteva rinascere in altre forme di vita. Il concetto di rigenerazione era fondamentale ed a simboleggiarlo c'era la croce celtica. Il tema della resurrezione è importante, perchè indica una continuità della vita ai danni della limitatezza della morte.

Dunque il celtico non si preoccupava se in battaglia moriva, anzi questo gli dava più onore, tanto poi risorgeva. Andavano nudi in battaglia perchè, in preda al loro furore bellico, comunicavano con gli dei direttamente e quindi emettevano calore. Non è¨ escluso che i druidi conoscessero delle tecniche yoga, atte a creare uno stato di trance nei guerrieri nella fase pre-bellica. Essi infatti eseguivano dei passi di danza prima di combattere, proprio per entrare in contatto con le divinità.

I Celti, specialmente quelli d'Irlanda, credevano che alcune divinità vivessero sottoterra. Con loro si entrava in contatto attraverso pozzi e stagni. Attorno ad ogni villaggio c'erano zone ritenute sacre anche per questo. In Vandea sono stati trovati pozzi contenenti alberi e resti umani e animali: agli dei si sacrificava tutto, sia il simbolo della fertilità che la vita stessa. Esistevano cerimonie celtiche, presiedute da druidi, in cui, con un sottofondo musicale, si portavano in processione alberi che, alla fine, venivano sepolti in pozzi.

I Celti non credevano nel peccato, quindi la loro morale era molto semplice.

Collezionavano le teste dei nemici (in Irlanda il cervello) sopra le porte delle loro capanne o su pali conficcati nel terreno, sia perchè questo accresceva la loro fama, sia perchè quando il nemico fosse rinato lo avrebbe fatto senza testa, quindi più debole.

I Galati trasmisero ai loro cugini europei il mito scita del piccolo dio Attis e della sua madre Cibele, dispensatrice di coraggio e gran madre di tutti, che poi, se vogliamo, è lo stesso mito fenicio del dio Baal e della dea Baalat.

Dunque la donna rappresentava il coraggio, che specialmente in battaglia era molto utile, e la fertilità che si ricollega alla rigenerazione della vita: esisteva una forte venerazione per la madre. Non è¨ escluso che esistessero druidesse, come le abitanti dell'isola bretone o la sacerdotessa di Vix della Baviera.

Il ruolo del druida è molto simile a quello del bramino indiano (la società  celtica e quella indiana sono simili: il re - cavaliere assomiglia al rajas indiano). A tale proposito si sottolinea che alcune parole del gaelico sono molto simili al loro omologo indiano.

I druidi erano il centro della religione celtica. Ebbero anche una valenza politica. In Gallia, in particolare, sotto la dominazione romana, difesero i costumi celtici e portarono avanti un sentimento rivoluzionario antiromano che sfociò secoli dopo durante la fine dell'Impero Romano. Essi non pagavano tasse, non espletavano il servizio militare, non erano legati al loro territorio come il resto della popolazione. Erano, in pratica, i veri capi della tribù. Avevano un falcetto in mano che li rappresentava, anche perchè erano conoscitori di erbe mediche, che venivano raccolte con una certa ritualità . Alcune, perchè velenose, erano raccolte con la mano sinistra (era quella che valeva di meno), altre con la destra. Essi seppellivano i morti in tumuli, secondo la tradizione dei kurgan.

I druidi si riunivano in assemblee e c'era il majestix (il grande re) che affidava i vari compiti a loro. Si diventava druida solo dopo aver superato una prova che consisteva nel ritirarsi nel bosco sacro e giungere all'aldilà (attraverso prove di allucinazioni ed ipnosi): solo chi vi era stato ed aveva fatto ritorno tra i mortali poteva guidare un popolo.

I Celti avevano 374 divinitÃ. In realtà molte erano copie di altre, per cui se ne contano circa 60. Tra questi si ricorda: Teutate, dio barbuto, presente nei riti sacrificali, Beleno omonimo di Apollo, Arduinna da cui presero il nome le Ardenne, Belisama omonima di Minerva, Nemetona dea della guerra. Il più importante di tutti era Lug, che diede il nome a Lione e Leida. Simboleggiava un grande druida e sapeva suonare l'arpa, lavorare il ferro, combattere da valoroso, fare magie. Questi fu il progenitore del germano Wotan, che era chiamato anche Odino ed era il signore del Walhalla.

Wotan era il grande druida ed era il signore del calore magico che infiamma il guerriero. Dunque tra Germani e Celti questa trinità divina in comune: Wotan-Odino, Donar-Thor, Ziu-Tyr, presso i primi; Teutate, Eso e Tarani presso i secondi. Teutate era il più potente e si placava con sacrifici di sangue. Eso era identificato con il toro, anche egli assetato di sangue. Tarani era il dio della guerra e preferiva il rogo. Successivamente, Lug prese il potere su tutti. La volta celeste era la proiezione della vita terrena, per questo si ipotizzavano lotte e nascite di dei. Alla fine uno prevalse e fu il successo dei druidi. Il concetto di trinità molto ricorrente nelle religioni dei popoli di origine orientale.

SocietÃ

Il tessuto sociale celtico si articolava su tre livelli: il druida, sommo sacerdote che presso i Galli aveva il nome di virgobrete (in realtà questo era più un magistrato), uomo di legge, di scienze esoteriche, indovino, conoscitore degli astri e della natura, medico, interprete dei sogni; il cavaliere, uomo di potere economico, politico e militare, la cui fonte di ricchezza era il bestiame (periodo hallstattiano) e l'industria ed il commercio (periodo lateniano); il popolo, composto da servitori. In realtà le decisioni più importanti spettavano al druida. Dunque chi aveva più cavalli (o in generale bestiame) oppure attività commerciali gestiva il potere economico ed era il re della tribù, cioè il capo dei cavalieri.

Questa suddivisione dimostra come l'evoluzione dei popoli celtici andò assieme all'evoluzione del cavallo, animale di grande importanza e di ausilio per loro. Tutto ciò ci mostra come in effetti i Celti derivarono dagli Sciti e dunque dalla cultura dei Kurgan, che avevano la stessa considerazione per il cavallo, mezzo di sopravvivenza sia in pace che in guerra. Tra l'altro, gli Sciti avevano sostanzialmente la stessa struttura sociale.

In particolare dopo il periodo lateniano, ogni comunità celtica si identificava in un gruppo economico: tutti vivevano per quella o quelle attivitù che gestiva un signore locale. Per questo motivo quando il cavaliere decideva di combattere, tutto il popolo si mobilitava, perchè era in gioco la loro sopravvivenza; quando si decideva di migrare, tutti partivano. Nel corso degli anni i diversi gruppi economici si sono unificati, per esigenze commerciali e gestionali, dando vita cosi a tribù estese e complesse. I clan scozzesi sono un'espressione di questi antichi raggruppamenti sociali. Anche le costruzioni dei villaggi venivano realizzate attorno a quella del cavaliere.

La contrapposizione maggiore tra la cultura greco-romana e quella celtica consisteva nel fatto che mentre la prima si proponeva di conquistare la natura e di dominarla, conoscendo le sue leggi, la seconda preferiva conviverci, sentirsi parte integrante, conoscere il proprio destino per abbandonarsi ad esso. Nell'arte, dunque, non si ricerca la perfezione e la bellezza, ma l'emozione e la libertÃ.

Nella società celtica il maschio era espressione di vigore e forza e viveva assieme ad altri maschi, fino a che non era tempo di avere figli, per cui si avvicinava alle donne, con cui avrebbe vissuto assieme, continuando comunque a frequentare comunità maschili. Le donne, a loro volta, vivevano in gruppi, separati dagli uomini dove allevavano i figli. Esse esprimevano il coraggio e la tenacia. Gli uomini avevano grande rispetto per loro e ad esse erano molto legate. La prova di ciò data dalle regine della Britannia che hanno combattuto i Romani, come vedremo dopo. Addirittura si dice che in battaglia esse trasmettevano il coraggio ai guerrieri. Tale affermazione rientra in un discorso esoterico che riprenderemo nel prossimo paragrafo. Tuttavia, alcune di esse, di rango basso, potevano essere barattate con dei cavalli.

Al largo della Bretagna esisteva un'isola abitata solo da donne che vi vivevano in comunità ed assunse un ruolo di sacralità .

Gli uomini celtici amavano le feste, dove si raccoglievano assieme e raccontavano saghe e favole, i riti comunitari, dove, alle volte, compivano dei duelli mortali, prediligevano bere (vino, birra, whisky) e mangiare in particolare il maiale arrosto (il cavallo ed il toro erano impiegati per riti sacri). Secondo la tradizione, un buon celtico, oltre che un valente guerriero, doveva essere eloquente.

Il guerriero celtico in battaglia si dipingeva il volto di vari colori, urlava sia perchè voleva spaventare il nemico, sia per esprimere il proprio vigore fisico, di cui era fiero. Amava radersi (i Britanni portavano anche i baffi) e viveva a contatto con la natura. Dunque, la struttura sociale dei Celti era molto semplice ed in essa nel corso degli anni e dello sviluppo economico si potè inserire anche la borghesia (età  lateniana). La società celtica non ebbe modo di articolarsi, viste le contaminazioni romano - germaniche. Solo in Irlanda, dove potè svilupparsi in pieno, andò articolandosi su più livelli: re, druidi (filid), nobili inferiori, contadini (perchè possessori di terra), bardi (ceto borghese, a cui era affidato il tramandare la tradizione), lavoratori ed artisti di intrattenimento. Questi ultimi due rappresentano classi sociali non libere. Più tardi, con l'avvento del cristianesimo, il druida diventa anacoreta ed assume un ruolo di consigliere nella chiesa celtica, che avrà dei contrasti con quella romana, sfociati in alcuni casi in eresia.

Sviluppo

I Celti erano composti da diverse tribù, ognuna delle quali si diffuse in uno specifico territorio. Si difesero dai Romani, dai Germani e dalle invasioni asiatiche. Nel corso delle loro migrazioni popolarono un vasto territorio. Videro lo sviluppo di diverse società (kurgan, halstattiana, lateniana) che corrispose anche ad uno sviluppo economico e sociale.

In base alla premessa fatta in precedenza, possiamo visualizzare la seguente situazione, legata sia al popolo celtico che alla regione di influenza relativa, frutto di continue migrazioni:

Serbia: Scordisci (325 a.C.);

Bulgaria: Bastarni (fondatori del regno di Tylis);

Ungheria, Romania, Boemia : Carnuti, Teutoni, Cimbri (forse di origine germana), Menapi, Treviri, Ubii;

Svizzera: Rezi, Rauraci, Carnuti, Elvezi;

Austria: Taurisci, Norici;

Italia Settentrionale : Boi, Senoni,Veneti, Gesati, Insubri, Taurisci;

Spagna e Portogallo : Celtiberi che si mescolarono con la popolazione locale degli Iberi e che ebbero un sviluppo diverso rispetto ai Galli, i Gallaeci e gli Asturi (Galizia), i Cantabri (zona di Bilbao), i Tarragonesi, i Baeti (zona di Siviglia), i Vasconi (Pirenei, da cui è originato il termine guascone), gli Arevaci, i Vaccei, i Lusitani ed i Vettoni (nel Portogallo);

Anatolia: Galati (276 a.C.) abitanti della Galazia, arrivati dalle regioni del Danubio;

Macedonia: Tettosagi, Trocmeri, Tolistoagi, che entrano in contatto anche con Alessandro Magno;

Bibliografia

 

"Il mistero dei Celti" Herm 1981, Garzanti

"Les Celtes et la civilisation celtique" Hubert, Paris 1974

"Irish Sagas" Dillon, Cork 1970

Roma

 

Nel 322 a.C. i Senoni ed i Boi avevano colonizzato la Gallia Cisalpina ed erano scesi sino alle Marche, annientando gli Etruschi, che avevano fondato la Lega delle Dodici Città, e le popolazioni italiche. 

Il primo contatto di Roma con i Celti fu nel 387 a.C., quando Brenno, capo dei Senoni, presso il fiume Allia ottenne una grande vittoria e marciò su Roma, saccheggiandola ed incendiandola.

 

I Romani si rifugiarono sulla rocca del Campidoglio dove furono presi d'assedio, senza capitolare. Qui si assistette all'episodio di Brenno che, per andare via, pretese dell'oro (probabilmente quello del sacco di Veio), pronunciando la famosa frase: "guai ai vinti". In realtà sembra più probabile che tra i Senoni ed i Romani fu siglato un accordo di pace e che la propaganda romana abbia enfatizzato questo episodio al fine di esaltare la gloria capitolina. Successivamente la città fu ricostruita sotto la guida di Furio Camillo , che riusci a convincere la popolazione a non trasferirsi a Veio, città etrusca appena conquistata, ancora intatta. Dopo questo avvenimento i Romani svilupparono un certo terrore verso i Celti.

L'episodio appena descritto nacque a seguito di una invasione celtica presso l'Etruria (avevano già conquistato il nord Italia che precedentemente era stato sotto l'influenza etrusca), avvenuta esattamente a Chiusi, centro di produzione vinicola di cui i Celti erano particolarmente ghiotti.

L'aneddoto legato a questo episodio narra di un certo Aruns di Chiusi, la cui moglie era stata tradita da un lucumone locale, che chiamò Celti in suo aiuto. Quando videro l'orda gallica alle porte i chiusini chiamarono i Romani, che bramosi di conquista nei confronti etruschi, ma diffidenti verso gli invasori, si limitarono ad inviare tre ambasciatori a trattare la pace. Tuttavia questi offesero i Celti e combatterono al fianco degli Etruschi contro di loro, perdendo. In seguito a questo episodio, Brenno, dopo aver distrutto la tirrenica Melpun, marciòverso Roma come rappresaglia. Naturalmente c'è una ragione più pratica dietro questa guerra: i Celti avevano bisogno di terre e di ricchezze ed effettuavano continuamente delle migrazioni.

I Celti ricompaiano contro i Romani nella battaglia di Sentinum del 295 a.C., nel corso della terza guerra sannitica, accanto ai Sanniti, Umbri, Etruschi , Lucani e Sabini dove subiscono una sconfitta.

I Romani erano risoluti nell'allontanare il pericolo celtico dall'Italia e nel 285 a.C. perpetuarono un genocidio (uno dei primi nella storia) nei confronti dei Senoni, erigendo sul luogo Sina Gallica (Senigallia) e più a nord Rimini. Inizia, cosi, la conquista dell'ager gallicus, cioè le alte Marche. Di conseguenza i Galli della regione minacciata (Boi, Senoni, Taurisci, Insubri) si alleano con gli Etruschi e marciano su Roma. Nel 283 a.C., presso il lago Vadimone , i Romani li massacrano, tingendo di rosso le acque del Tevere. Si racconta in proposito che i cittadini dell'Urbe appresero dalla notizia vittoriosa vedendo il colore delle acque, ancora prima che facessero ritorno i soldati.

Successivamente i mercenari celtici si alleano ad Asdrubale in Spagna. Questi percio firma il trattato dell'Ebro (226 a.C.), con il quale Cartaginesi e Romani si spartiscono la Spagna e riconoscono i Celti come comuni nemici. Questo trattato fu la fine per i punici che non capirono che solo alleandosi con le tribù locali potevano battere Roma.

Nel 225 a.C. i Celti (50.000 fanti e 25.000 cavalieri, come racconta Polibio), aiutati dagli Etruschi, sono sconfitti a Talamone dai Romani. Nella circostanza vengono sottomessi anche i Liguri, popolazione italica, abile nella pesca e nella navigazione marittima, che aveva frequenti commerci con i Celti ed i greci di Marsiglia. Dopo questo episodio, Roma si rende conto che le tribù celtiche si possono sconfiggere con un esercito addestrato e organizzato.

Nel 222 a.C., dopo la vittoria di Clastidium, la Valle Padana viene conquistata agli Insubri (Milano, loro capitale, distrutta) e alcune roccaforti celtiche, già città etrusche, vengono prese: Piacenza, città dei Boi; Cremona, città degli Insubri; Aquileia. Tra il 189 a.C. ed il 183 a.C. sarà la volta delle città dei Boi di Parma, Modena e Bologna.

I Celti appoggiano Annibale che cala in Italia, uscendone di nuovo sconfitti. In particolare il loro impeto bellico si rivelava dannoso per le battaglie del generale cartaginese, come successe nella battaglia sul fiume Trebbia. In Gallia Cisalpina continua la guerriglia celtica fino al 175 a.C., data in cui l'Italia settentrionale è romana.

Tra il 123 a.C. ed il 121 a.C. i consoli Caio Sestio Calvino, Domizio Adenobardo e Quinto Fabio Massimo conquistano la Gallia Narbonese.

Nel 113 a.C. i Celti si ripresentano ai Romani al di la delle Alpi (parola di origine celtica) a Noreia, l'odierna Klagenfurt, dove Norici e Taurisci, in una fase di migrazione verso il nordeuropa sconfiggono le truppe di Papinio Cambone.

Nel 109 a.C., presso Arausio (odierna Orange), sempre in una fase di migrazione, i Cimbri e i Cimmerri, popolo celtoscita, apportano una nuova sconfitta ai soldati romani. Dunque, i Celti diventano di nuovo uno spettro per la città capitolina. Si può osservare che in questo periodo si assiste a diverse fasi di migrazioni celtiche, con influenze sia germaniche che orientali, nessuna però valica le Alpi. Nel 107 a.C. gli Elvezi ed alcune tribù germaniche sconfiggono presso Agen truppe romane al comando di Longino.

Per allontanare definitivamente la paura celtica i Romani devono attendere l'avvento di Mario, terzo eroe di Roma dopo Furio Camillo e Romolo. Questi identifica subito il punto debole dei Celti nel furore del primo assalto ed addestra con una rigida disciplina le truppe romane, facendole diventare una perfetta macchina da guerra. Cosi nel 102 e 101 a.C. prima ad Aquae Sextiae (odierna Aix en Provence) e poi a Vercelli furono massacrati migliaia di Cimbri e Teutoni. In entrambe le circostanze, durante le battaglie, Mario fece attendere le sue truppe in zone fortificate, in modo che i soldati si abituassero alle urla ed all'aspetto terrorizzante dei Celti. Una volta diminuito il furore bellico, i soldati romani assalirono i nemici, ormai esausti e indeboliti. Il pericolo celtico era cessato e Roma poteva dedicarsi ad una espansione in Europa.

La politica di conquista estera dei Romani si basava sul concetto di eliminare eventuali pericoli che li potessero minacciare. Per questo motivo presero la Gallia Cisalpina che era abitata da popolazioni celtiche che potavano minacciarli, poi la penisola iberica, che aveva delle fortificazioni cartaginesi e, successivamente, la Gallia Narbonese come territorio di collegamento tra i due conquistati.

 

 

 Gallia e Germania

 

Cesare racconta della Gallia nel suo "De Bello Gallico" ed in modo grossolano la presenta come una terra divisa tra tre popoli: gli Aquitani a sud-ovest, i Belgi a nord-est ed i Galli nel resto. A queste tre parti viene aggiunta quella dei Germani per puri scopi propagandistici, al fine di isolare le varie tribù tra loro, richiamando l'antica rivalità che c'era tra i Celti ed i Germani.

Secondo Plutarco, Cesare, in dieci anni di campagne militari, distrusse 800 città e villaggi, uccise e rese schiavi 3.000.000 di persone.

La guerra di conquista gallica dei Romani, basata sulla politica del "dividi et impera", iniziò nel 58 a.C. quando gli Elvezi (nel numero di 360.000), spaventati dall'invasione dei Suebi dalla Germania, migrarono dalla Svizzera, distruggendo tutti i loro villaggi per non lasciarli al nemico.

A tale proposito, ricordiamo che numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano che nel basso palatinato esisteva una linea difensiva eretta dai Celti nei confronti dei Germani. Nel caso dei Suebi, si dimostrò che questi ultimi avevano sfondato la linea difensiva. Inoltre, nel 60 a.C. Daci e Traci, popoli della Pannonia, distrussero Bratislava, capitale dei Boi e costrinsero alla migrazione la popolazione celtica locale. Questo dimostra che i Celti si sentivano continuamente minacciati dai Romani, dai Germani e dalle popolazioni dell'europa orientale. A tale proposito ricordiamo che nel 16 a.C. i Marcomanni invasero il territorio dei Boi.

Cesare prese a pretesto l'episodio dei Suebi per far sentire minacciata la Gallia Narbonese ed in particolare gli Edui con cui aveva stretto alleanza. Insegui ed affrontò gli Elvezi nella Gallia non romana a Bibratte e Lugdunum , sconfiggendoli e ricacciandoli indietro, uccidendone circa 250.000.

E' opportuno precisare che il senato romano non era favorevole a questa guerra, perchè si trattava di questioni tra "selvaggi", ma Cesare era interessato perchè aveva bisogno di denaro: la sua corsa alla dittatura rischiava di farlo indebitare con Crasso. Cesare aveva anche fatto una politica denigratoria dei Germani nei confronti dei Galli, sottolineando le differenze tra i due popoli (in realtà erano minori), finchè  sempre nel 58 a.C. a Mulhausen sconfisse i Suebi di Ariovisto, lasciando truppe romane in territorio germanico. Per tutto ciò Cesare ottenne a Roma un giorno di fasti.

Nel 57 a.C., con una politica di propaganda, Cesare sconfigge una ad una tutte le tribù dei Belgi che era riuscito a dividere (Suessoni, Bellovaci, Ambiani, Aduatuci, Nervii), facendole di nuovo apparire come un pericolo per gli Edui.

Successivamente furono occupate Normandia e Bretagna, anche se i Gesati si difesero bene. Scoppiarono varie rivolte e Cesare fu costretto a correre per tutta la Gallia. Annientò gli Aquitani, sconfisse i Veneti in Bretagna con una flotta leggera allestita per contrastare l'impeto dell'Atlantico. Sconfisse ed insegui oltre il Reno Tenteri e Usipeti, allestendo con i suoi genieri un ponte di legno lasciato intatto a metà come monito di un eventuale ritorno. In tutte queste rappresaglie, come esempio, distruggeva villaggi e compiva stragi.

Al ritorno dalla seconda spedizione in Britannia, Cesare affronta e sconfigge prima Induziomaro capo dei Treviri, che aveva assediato un campo romano, e poi Ambiorige capo degli Eburoni, che, sotto il segno di una Gallia comune, aveva sopraffatto con l'inganno i luogotenenti Sabino e Cotta. La strategia cesariana di re contro re stava tramontando. Entrambi i capi furono uccisi nel 53 a.C. dai Romani, ma i due avevano innescato una guerra civile: erano i rappresentanti di nuove classi sociali, composte da una discreta popolazione, che volevano soppiantare le vecchie filoromane, esigue come popolazione. Si trattava di gruppi non organizzati militarmente che volevano affrontare la potente macchina bellica eretta da Cesare.

Nel 52 a.C. fu la volta di Vercingetorige, capo degli Alverni.

E' opportuno precisare che molti nomi di re celtici, non sono reali. Essi richiamano il nome del popolo da cui provengono questi personaggi e fanno direttamente riferimento al concetto di vigore e di forza tipico della filosofia di vita celtica. Vercingetorige ne è un esempio tipico: ver: super, cinget: guerriero, rix: re.

Fu il fautore della "terra bruciata" e distrusse villaggi gallici, facendo trasferire popolazioni e beni. Questa politica si fermò ad Avaricum, città dei Biturigi che per la sua bellezza non fu distrutta, che fu assediata da Cesare, il quale, tra la fame e gli stenti dei suoi soldati frutto della politica del re alverno, in

25 giorni eresse un rampa fino alle mura di cinta della città. Vercingetorige non attaccò e si ritirò nelle vicine paludi. I Romani massacrarono la popolazione. Il capo alverno aveva dimostrato che era inutile affrontare i romani direttamente e difendere le città da assedi. In questo modo ebbe credito presso i popoli gallici.

Successivamente fu la volta di Gergovia, capitale degli Alverni, dove i Romani subirono la prima sconfitta. Si trattava di una città circondata da montagne, ben fortificata, dove Cesare attuò un'azione da commando che andò a vuoto, per l'intervento delle milizie di Vercingetorige : morirono 700 soldati e 46 centurioni.

Cesare meditava il ritiro dalla Gallia Narbonese, ma gli Allobrogi bloccavano i passi alpini. I Romani sconfissero i Galli che anzichè usare una tattica prudente, si richiamarono al loro furore bellico, e decisero di puntare verso Alesia, città sacra dei Mandubi ove risiedeva il capo alverno. Qui Cesare fece costruire delle doppie mura di assedio alte tre metri tutte attorno, con trappole e fossati di acqua di sette metri. La cavalleria di Vercingetorige andò a chiamare aiuto, lasciando 80.000 Galli nella città, e si presentarono attorno ai Romani 240.000 fanti e 8.000 cavalieri. La popolazione alesiana non adatta alla guerra (vecchi, bambini, donne) che costituiva bocche da sfamare fu risparmiata al cannibalismo e mandata verso i Romani che li lasciarono nella terra di nessuno a morire di fame. Cominciarono gli attacchi gallici sia dall'esterno che all'interno che i Romani respinsero bene.

Alla fine, stremati dalla fame gli alesiani consegnarono Vercingetorige ai Romani che lo condussero a Roma ove, nel corso dei fasti fu ucciso nel 46 a.C.. Due anni dopo morirà anche Cesare. Piccole rivolte successive furono sedate: la Gallia era sottomessa. Il risultato di tutto ciò  fu la comparsa della città di Hradiste in Boemia, abitata dagli ex abitanti Gergovia, Alesia, Bibratte e la migrazione di popoli celtici verso quelli germanici. Inoltre i Romani proibirono il culto della religione celtica. La cosa fu nuova perchè generalmente ai vinti era lasciata la professione della propria religione. Anche questo faceva parte di una strategia tendente a distruggere la cultura celtica che si era opposta strenuamente a quella romana (come fu per l'etrusca, la sannita, la cartaginese). Tuttavia Caracalla, Diocleziano e Massimino si inginocchiarono davanti a divinità celtiche e lo stesso Costantino ebbe la sua famosa visione in un tempio celtico.

Augusto, il successore di Cesare, consolidò l'opera di conquista della Gallia. Per diverso tempo abitò ad Aquileia, per seguire la situazione più da vicino. Stabili a Lione il centro delle operazioni, da cui partirono le diverse spedizioni militari, affidate prima al suo genero Vipsiano Agrippa, poi ai suoi figliastri Tiberio e Druso. Questi ultimi, tra il 15 ed il 14 a.C., si spingono verso l'Illiria, oltre il Danubio, distruggendo Manching, e fondano tra il Danubio ed il versante meridionale delle Alpi le province romane della Rezia e del Norico. In questo modo si impiantò e si sfruttò una rete di commercio con l'Europa centrale, nonchè  i suoi metalli.

Successivamente l'attività bellica si concentrò soprattutto contro i Germani, ma, dopo alcuni successi di Tiberio (5 d.C.), le truppe romane, coordinate da Germanico, figlio di Druso, non riuscirono ad avanzare in un terreno cosi impervio ed in un clima ostile. Nel 9 d.C. 20.000 soldati, al comando di L.Q. Varo, furono uccisi nella battaglia di Teutoburgo. Fu l'epilogo della conquista germanica, nonostante le operazioni di Germanico, che, nel 15 d.C., durante il regno di Tiberio, navigò lungo il Reno dal Mar del Nord. I Romani decisero di non avanzare più e si attestarono lungo il Reno, su una linea difensiva che alcuni secoli dopo sarà distrutta dalle invasioni barbariche. L'attività espansionistica, guidata sempre da Germanico, si spostò in Illiria e Pannonia.

Britannia

Nel 55 a.C. Cesare esplorò la Britannia per pochi giorni, attraversando la Manica in modo avventuroso. Entrò in contatto con le popolazioni locali e studiò il territorio, trovandolo ricco di stagno e di altri minerali. La cosa a Roma ebbe grande successo, al punto che, per festeggiare anche le vittorie galliche, gli furono attribuiti venti giorni di fasti. Nel 54 a.C. Cesare ritorna in Britannia in modo più stabile e sconfigge Cassivellauno che gli si era opposto, fondando un protettorato in tutta fretta, dovendo tornare subito in Gallia, per sedare le rivolte.

 

La Britannia appare subito più arretrata della Gallia: non esistono città , ma solo villaggi di capanne; è presente solo qualche oppida e la struttura sociale si basa sulla divisione tra aristocratici e popolani.

Fino al 40 d.C. i Romani non avvisteranno più  le coste britanniche. Dopo la conquista di Cesare, i Britanni sviluppano un'intensa attività piratesca, al punto che Caligola teme uno sbarco sulle coste inglesi. Successivamente dal 43 al 47 d.C., il governatore Aulo Plauzio, per incarico dell'imperatore Claudio, occupa la parte meridionale dell'Inghilterra (Kent, valle del Tamigi e Colchester, capitale dei Trinovanti). Lo stesso Claudio venne a ricevere un giuramento di fedeltà dei re locali.

Successivamente, dal 47 al 52 d.C., fu la volta del governatore Ostorio Scapula che conquistò ovest, spingendosi nel Galles, e con l'aiuto della regina Cartimandua, sottomise i Briganti. La regina, invaghitasi del giovane Vellocato, si uni ai Romani per eliminare suo marito Venuzio. Questo episodio dimostra il valore delle donne presso le popolazioni celtiche: pronte a tutto per ottenere un risultato e di forte carisma, al punto da muovere tutta una popolazione.

I Briganti, alla fine, si rifiutarono di seguire la regina, si unirono a Venunzio e lottarono contro i Romani.

Nel 59 d.C. Claudio venne avvelenato e fu la volta di Nerone che concluse nel modo più amaro la dinastia julio-claudia. Nuovo governatore della Britannia, sede di continue rivolte, era Svetonio Paolino che (secondo Livio, per cui da verificare) nel 61 d.C. conquista l'isola sacra dei Druidi di Mona, l'odierna Anglesey, perdendo 70.000 uomini, e reprime nel sangue la rivolta degli Iceni guidati dalla regina Boudicca.

Di nuovo compare una donna nella storia inglese: stavolta esprime coraggio e risentimento popolare. La ferocia della repressione fece cosi effetto al senato romano che fu destituito il governatore e furono nominati al suo posto prima Petronio Turpiliano e poi Trebellio Massimo (62 - 69 d.C.), che con estremo successo "romanizzano" la Britannia, affievolendo il vigore dei Celti: Londinum (Londra) è sede di un grande foro, vengono costruite città e strade, i costumi romani vengono ripresi dalle diverse tribù locali.

Con l'avvento della dinastia dei Flavi a Roma, Vespasiano, riprende la conquista romana in Britannia. Tra il 71 e il 78 d.C. Petilio Ceriale e Frontino sottomettono Briganti e Siluri e conquistano definitivamente il Galles, luogo di estrema resistenza, e parte del nord dell’Inghilterra, fondando la città di Eburacum (odierna York).

Tra il 60 ed l'84 d.C. Giulio Agricola , marsigliese di nascita e dunque conoscitore dei Celti, ricevette diversi incarichi in Britannia, dapprima come funzionario, poi come legato ed infine come governatore (con una breve parentesi di governatorato in Aquitania). Vide passare davanti a se vari imperatori, mostrandosi sempre dalla parte del più forte al momento giusto: da Nerone a Galba, da Vespasiano a Domiziano che lo estromise. Era suocero di Tacito ed ebbe una forte propaganda.

Riconquista l'isola Mona, che in precedenza Livio aveva data per romana; guida sette spedizioni verso il nord, erigendo forti su tutta la linea del Forth-Clyde. La Caledonia era nel frattempo divenuta luogo di accoglienza per chi era antiromano ed era stato costretto alla fuga. Nelle battaglie impiegò molti Celti locali: combattevano britanni contro altri britanni (questo fu un risultato della romanizzazione attivata in precedenza). Presso il Monte Garupio, vicino Aberdeen, sconfisse Calgaco, re dei Pitti, compì una spedizione esplorativa sulle isole Orcadi, ma dovette fermare la sua avanzata, perchè richiamato da Domiziano. Questi riteneva la Caledonia una terra aspra e desolata, che non offriva ricchezze, per cui troppo costosa da mantenere. Il successo di Giulio Agricola finisce con le spedizioni in Caledonia.

Nel 120 d.C. Adriano, adotta una politica attendista e fa erigere il famoso Vallo Adriano, lungo circa 100 km, composto da fortini e protetto da guarnigioni. L'imperatore lo etichettò con il termine "necessitas". Ora la Britannia si divideva in due provincie: Britannia Superiore, con capitale Cester nel Galles e Britannia Inferiore, con capitale Londra.

Intorno al 145 d.C., con l'ascesa al potere di Antonino Pio , i Romani avanzarono in Britannia, erigendo sopra Edimburgo, sulla linea Forth-Clyde, il Vallo Antonino.

Nel 208 d.C., con l'avvento della dinastia dei Severi a Roma, Settimio Severo in persona si recò a York, dove perse la vita, per sedare una rivolta britannica. La linea di confine arretrò di nuovo al Vallo Adriano. Dopo il 211 d.C. Caracalla tolse le guarnigioni romane dal Vallo e vi pose quelle locali: cominciò l'abbandono della Britannia. Fino al 360 d.C. ci furono diverse rivolte delle tribù locali e Carausio si proclama re di Britannia, fino a quando il cesare Costanzo Cloro riconquista l'isola per il suo augusto Massimino, collega di Diocleziano. Nel 367 d.C. Pitti, Scotti, Sassoni e Angli (due tribù germaniche) invasero la Britannia e alcuni Britanni si stanziarono in Cornovaglia e Galles, altri migrarono in Bretagna. Magno Massimo respinge l'attacco e si proclama imperatore, finendo ucciso ad Aquileia.

Nel 410 d.C. l'imperatore Onorio, prima della sua sconfitta e capitolazione ad opera dei Goti, comunica alla Britannia che non è più romana. Infine Costantino scelse la religione cristiana e la croce cristiana (XP- Christos Rho è in greco) prese il sopravvento su quella celtica. http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Celti/Celti-indice.html

 

Attività

 

Le fonti storiche che raccontano dei Celti sono svariate: Erodoto, Cesare, Livio, Polibio (il più accurato), Posidonio, Diodoro Siculo, Dionigi di Alicarnasso, Strabone, Dione Cassio, Tacito.

I Celti erano una popolazione prettamente nomade. Furono i primi ad introdurre l'uso dei mantelli colorati e dei pantaloni (brache) entrambi ereditati dagli Sciti. Molto bravi dunque nell'arte della tessitura e della tintura.

Abilissimi, poi, nella lavorazione dei minerali, in particolare del ferro, introdussero l'ottone e per molto tempo lavorarono la smithsonite, un particolare minerale, sostitutivo dello zinco. Conoscevano molto bene le varie tecniche di fusione. Erano anche capaci nella cottura del vetro (bianco e colorato), nell'uso dello smalto e nella lavorazione dell'ambra. Tali pratiche furono perfezionate nel corso del passaggio dalla cultura hallstattiana a quella lateniana.

Era dedito all'allevamento del bestiame (la parola pecus la ritroviamo anche tra i Galati), in particolare mucche e pecore; da queste ultime si traeva la lana. Popolo guerriero, utilizzavano splenditi elmi piumati ed alcune volte corazze (anche se combattevano quasi sempre nudi), tipo quelle medioevali. La spada celtica era corta e veniva impiegata come arma da taglio. Più tardi ne furono forgiate di più lunghe, tutte intarsiate e adornate di pietre, ma si parla di dopo il 500 d.C..

Amavano radersi il volto e pettinare i biondi capelli  indurendoli con del gesso. In battaglia si coloravano il viso e, dopo aver danzato, si lanciavano nudi addosso al nemico urlando: prediligevano il corpo a corpo ed il primo assalto. Per questo con le spade colpivano, menando dei fendenti, che non si rivelavano mai colpi mortali. Polibio racconta che le loro piccole spade si piegavano dopo i primi colpi. Fu questo uno dei motivi che li fece perdere contro i Romani, che invece usavano la spada e le lance, colpendo con dei colpi mortali, evitando il corpo a corpo. Solo successivamente gli Etruschi ridestarono l'uso del carro da guerra che avevano prima appreso sia dagli Sciti che dai popoli del nord (ex Atlantidi) e poi dimenticato. Gli scudi, poi, ben rifiniti ed incisi, erano piccoli rispetto al corpo, sempre perchè i Celti confidavano nell'impeto dell'assalto. I Romani avevano scudi lunghi; fu anche questo un motivo della disfatta celtica. Tra l'altro i loro eserciti non erano ben organizzati e le loro tattiche di guerra si basavano prevalentemente sul furore bellico.

L'unico re celtico che capì che, in battaglia, bisognava usare una strategia oltre al furore fu il gallo Vercingetorige, che, impiegando la tattica della "terra bruciata", minava a colpire gli approvvigionamenti dei Romani, ottenendo qualche successo. In particolare, aveva capito che se avesse accettato lo scontro diretto con i Romani avrebbe perso.

Dal punto di vista dell'edilizia, i Celti abitavano prevalentemente in capanne di legno, circolari o rettangolari, ed in villaggi.

Con l'influenza degli Etruschi e dei Greci, che avevano fondato Marsiglia ed influenzavano il commercio di quelle regioni, costruirono case di pietra con piccoli vani. Amavano vivere all'aperto, sotto le querce, ritenute sacre, secondo la cultura del drynemeton (luogo delle querce), ove si tenevano riti sacri e processi.

Un esempio è la città di Manching, nelle paludi del Danubio, crocevia tra Ungheria e Baviera, distrutta nel 15 d.C. in modo misterioso e violento. Città grandissima (7 km mura di cinta), conteneva tante fabbriche, vicine tra loro, basate sul prototipo della catena di montaggio, introdotto dai Greci. Si trattava di una città tipica dell'espressione lateniana, dove c'erano schiavi e signori, dove il commercio aveva il suo valore (specie quello di massa), dove il denaro aveva la sua importanza.

Come sepolture dapprima utilizzarono le tombe a tumulo, tipiche della cultura indoeuropea ereditata dai Kurgan (si ritrova tra gli italici, i sanniti, gli illiriò.), poi predilessero l'inumazione.

Commerciavano e lavoravano il sale, in celtico hal: molte città della zona del sale hanno come suffisso iniziale questo termine. Prediligevano l'uso delle botti a quello delle anfore. Inoltre lavoravano l'ambra, con la quali arricchivano le loro collane.

Amanti del vino, producevano anche la birra. Inventarono il servizio turistico della pensione completa, che si teneva nelle stazioni di cambio.

In generale, erano dediti alla manifattura (questo fu trasmesso loro dagli Etruschi) ed al commercio, anche per questo si frazionarono molto (di cui Roma approfittò²): si può dire che ciascuna unità economica era una tribù (questo fu un difetto della cultura lateniana). Quindi davano una grande importanza al denaro.

I Celti che vivevano in zone marittime svilupparono un'abile capacità di navigazione. Possedevano navi più robuste di quelle romane: erano fatte di quercia, con vele di pelle. Le caravelle della Lega Anseatica del 1300 erano fatte su questa stessa base, mentre le navi vichinghe erano più sul modello leggero. I Bretoni ed i Britanni in particolare esercitarono un'attività piratesca.

Il popolo celtico amava molto la musica (in particolare l'arpa) che veniva impiegata per celebrare riti sacri e di preparazione bellica, per raccontare le gesta di eroi e per impiegare la propria fantasia, luogo di rifugio dalle storture della vita. Infatti era molto diffusa la divinizzazione di eroi espressa attraverso le saghe.

 

    

  

Per i Celti la fama era tutto, soprattutto nella misura in cui gli altri ti ricordavano.

A tale proposito espressero una tradizione soprattutto orale. Un esempio relativo a questo argomento è dato dai Celti d'Irlanda, che, per mezzo del loro isolamento storico, rappresentano una razza celtica incontaminata. Essi usavano molto le saghe ed i miti.

Erano anche conoscitori della magia e delle scienze esoteriche.

tratto dal sito: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Celti/Celti-indice.html

Shalom a te!

 

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